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Riforma Comuni montani: coinvolti Mezzana e Ternengo

Idea contestata anche dal sindaco di Cossato Enrico Moggio

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Il Piemonte è tra le regioni più penalizzate dalla riforma sulla classificazione dei Comuni montani: secondo la legge 131/2025, 105 Comuni piemontesi perderebbero la qualifica di montani, il terzo dato più alto a livello nazionale, dopo Sardegna e Campania.

Riforma Comuni montani: coinvolti Mezzana e Ternengo

Il tema si inserisce in un contesto nazionale ancora irrisolto. La Conferenza Stato-Regioni non ha infatti raggiunto un’intesa sui nuovi criteri di classificazione dei Comuni montani, rinviando ancora una volta una riforma che resta fortemente divisiva. La legge 131/2025 introduce parametri esclusivamente altimetrici, basati su pendenza e altimetria, senza tenere conto della marginalità socio-economica, della distanza dai servizi e dell’isolamento che caratterizzano molte aree interne.

In Piemonte emergono anche casi limite sul piano orografico. Tra i Comuni destinati a perdere la qualifica figurano Castellamonte, che raggiunge i 2.015 metri sul livello del mareVillar Dora (1.465 metri) e Cumiana (1.445 metri), realtà che cesserebbero di essere montani nonostante le elevate quote e le difficoltà strutturali.

Ulteriori declassamenti riguardano Cassinasco, Mezzana Mortigliengo, Pozzol Groppo, San Giorgio Scarampi, Loazzolo, Castino, Denice, Avolasca e Ternengo, tutti Comuni collocati nei livelli di fragilità massima o molto alta (9° e 10° decile) secondo il Rapporto ISTAT sulla fragilità dei Comuni italiani aggiornato a dicembre 2025. Dati che rafforzano le critiche verso un’impostazione ritenuta troppo rigida.

A esprimere forte preoccupazione sono i sindaci dei Comuni piemontesi coinvolti dal declassamento.

«Questa riforma è profondamente sbagliata perché colpisce territori fragili per sostenere, invece, Comuni che non hanno bisogno di aiuti con redditi procapite ben oltre la media» afferma il sindaco di Vignole Borbera, Giuseppe Teti «Le conseguenze più gravi riguardano la scuola: con criteri rigidi sul numero minimo di alunni, rischiamo la chiusura dei plessi e l’allungamento insostenibile dei tragitti per i bambini. Così si spingono le famiglie ad andare via e si accelera l’abbandono dei borghi». Il primo cittadino sottolinea anche l’impatto sull’agricoltura collinare: «Senza accesso ai fondi, le piccole aziende agricole e vitivinicole non reggeranno. Se l’obiettivo è l’abbandono di questi territori, lo si dica chiaramente».

Dall’Alta Langa arriva l’allarme da Mario Marone, sindaco di Bergolo, uno dei Comuni più piccoli del Piemonte con appena 52 abitanti, escluso dalla nuova classificazione nonostante si trovi a 650 metri di quota e confini con territori riconosciuti come montani. «È paradossale che un Comune come il nostro perda ogni tutela mentre si parla di rilancio delle aree interne. Questa impostazione apre la strada a nuove fusioni forzate e nega anni di lavoro per contrastare lo spopolamento, anche attraverso il turismo sostenibile e il recupero del patrimonio rurale. Speriamo che le battaglie che si stanno intraprendendo con ASMEL in prima fila per la difesa delle piccole realtà montane portino ad una riflessione e presa di coscienza del legislatore».

Anche il sindaco di Cossato, Enrico Moggio, contesta un approccio considerato troppo astratto. «Ridurre la montanità alla sola altitudine è limitativo! Cossato è la porta d’ingresso di un’ampia area montana e svolge una funzione di servizio fondamentale per i Comuni circostanti. Escluderci significa indebolire non solo il nostro territorio, ma l’intero sistema montano che ruota intorno a noi».

Dal sud del Piemonte, il sindaco di Vesime, Marco Garino, richiama una visione più ampia e costituzionalmente fondata: «La montagna non è solo una questione di metri e pendenze. È socialità, economia locale, servizi, sanità, scuola. La Regione Piemonte ha sempre riconosciuto questi territori come montani e fortemente svantaggiati con proprie leggi. Oggi lo Stato va in direzione opposta, creando un conflitto normativo e colpendo territori che stavano faticosamente provando a rialzarsi. Questa non è una battaglia locale, ma riguarda tutta la penisola. Dalle Langhe al Monregalese viviamo condizioni molto simili a quelle dell’Irpinia: territori interni, marginali, con difficoltà logistiche, servizi lontani e fragilità economiche evidenti». Il primo cittadino avverte che «Criteri rigidi e solo altimetrici colpiscono in modo devastante le opportunità di sviluppo, le politiche per i giovani, la scuola e il turismo, proprio in aree che stavano faticosamente provando a risollevarsi dopo decenni di difficoltà. Se vengono meno anche le leve promozionali e di sostegno, il rischio concreto è tornare rapidamente allo spopolamento»

Il rischio concreto è che la nuova classificazione produca una perdita di fondi, agevolazioni e strumenti di sviluppo, aggravando le difficoltà già esistenti e compromettendo servizi essenziali come istruzione, sanità e mobilità. Una prospettiva che, avvertono i sindaci, «non semplifica il sistema, ma accelera lo spopolamento e l’abbandono di queste aree presidio di identità per l’intero Pease».

«ASMEL – sostiene Giovanni Caggiano, Presidente dell’associazione dei 4.800 comuni italiani – sta sostenendo con forza le istanze dei Sindaci, affinché il confronto con il Governo sia costruttivo. Una posizione condivisa anche dalle ANCI regionali: la recente lettera della coordinatrice Susanna Cenni al presidente nazionale Gaetano Manfredi ha evidenziato il rischio di un’inutile contrapposizione tra regioni alpine e appenniniche. Le interlocuzioni in corso dimostrano che un punto di equilibrio è possibile, ma serve una revisione dei criteri che tenga insieme dati territoriali, coesione sociale e reale fragilità dei Comuni».

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1 Commento

1 Commento

  1. .Bruno

    21 Gennaio 2026 at 11:17

    i comuni di montagna dovrebbero essere salvati non declassati, a come sempre la destra che governa lo dico da tempo fa morire tutto , anche le città che governa , si interstardiscono su progetti obsoleti e degradanti che portano al nulla

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