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Le piaghe del bilancio e i costi della politica

Gli sbiellati di Lele Ghisio, una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

In questi mesi di clausura forzata la noia ha generato perversioni. Dopo aver esaurito le serie tv di Netflix, saccheggiato abbondantemente quelle di Prime, svuotato nottetempo le teche di Raiplay, disdetto l’abbonamento a Dazn per impraticabilità di campo lungo… e rinunciato per raggiunti limiti di età alle escursioni su Tik Tok, cosa resta di quelle abitudini in questo regime di semilibertà? Restano le oltre sette ore di consiglio comunale, trasmesse in diretta tv e streaming e poi lasciate lì a morire su Youtube. L’idea perversa di rivedere finalmente il Teatro Sociale impegnato per uno spettacolo non era quindi male, come non è stato certo male che il Consiglio comunale sia tornato a riunirsi dopo un eccessivo periodo di latenza. Sul palco i protagonisti: Sindaco, Giunta e Presidente. In platea i figuranti: consiglieri di maggioranza e oppositivi, mascherati e a distanza di sicurezza. Il pubblico, a casa.

Non sto qui a raccontare tutto, perché l’ordine del giorno era tanto nutrito quanto piuttosto noioso e poco attinente all’attualità, avendo in calendario interrogazioni e mozioni di qualche mese fa che il Covid ha fatto invecchiare di botto. L’inizio è surreale, con il saluto alla vita pubblica del Sindaco uscente, che in realtà non saluta perché non c’è (in linea col suo mandato, malignerebbero i detrattori). Seguono i ringraziamenti e gli attestati di stima di maggioranze passate e presenti, così come di opposizioni di allora e di adesso, a dir la verità più simili a mesti de profundis, poco adatti a un avvocato ancora in salute. Non era il processo al Babi, come suggerito da qualche consigliere in vena di scherzare, ma per coerenza non ha fatto ridere nemmeno questo consesso. Sette ore di relativa noia da cui tentare di ricavare qualche riflessione risulta l’impresa più avvincente: non sarà stato facile titolare, per i giornali locali. La discussione vera però, che girava intorno al bilancio 2019 e alle sue variazioni prossime venture condizionate dalla situazione contingente, ha riportato alla ribalta il tema dei costi della politica. E lo ha fatto ricordandoci che tra i primi atti amministrativi di questa Giunta ci fu, giusto un annetto fa, quello che ne aumentava gli stipendi: un buon promemoria, da scovare tra le “piaghe del bilancio” (il copyright è di un imberbe consigliere maggioritario in preda a un opportuno lapsus compulsivo, uno dei pochi momenti verità dello spettacolo).

Premetto che, da parte mia, ritengo necessari i costi della politica e sono contrario a ogni battaglia demagogica sul tema, pur riconoscendo la necessità di evitare ogni eccesso e ogni spreco. Non credo alla favoletta del puro spirito di servizio, che in realtà permetterebbe solo a benestanti e pensionati di fare politica e dedicarsi all’amministrazione del proprio territorio. Ma in questa così teatrale sede uno dei figuranti dal pollice opponibile, quello girato verso il basso per intenderci, ha sollevato una questione di non poco conto. A chi ha buona memoria, tornerà in mente che l’alibi fornito dalla Giunta a questo scippo di bilancio fu l’introduzione di un concetto di merito: lavoreremo di più. Quello che però ci si è persi per strada è l’oggettivo metodo di misurazione di questo “di più”: a parte i pareri personali, che sono quindi soggettivi, come possiamo, a distanza di un anno, dire che questa Giunta ha effettivamente lavorato più della precedente? I tifosi dell’una e dell’altra parte sono pregati di astenersi, ché non fanno testo alcuno. Così come l’Amministrazione stessa, che non può certo certificarsi da sola il suo operato come sta tentando di fare. O rispondere che saranno gli elettori a deciderlo. No, sto proprio parlando di criteri oggettivi.

Bella domanda da porsi, ancor più bello sarebbe trovare una risposta. Perché non siamo parlando di bruscolini: siamo passati dai 150.000 euri annui di costo, con la giunta precedente, ai 225.000 euri di questa. Un buon 49% in più insomma, che di buoni spesa per emergenza Covid ne farebbe parecchi. Ma un altro tra i pochi atti esilaranti della messa in scena, è stato poi recitato dal solito imberbe dal lapsus facile che mal tollera ogni critica oppositiva e figuriamoci in tempi pandemici in cui bisogna chinare il capo e digerire ogni sproposito, proponendo uno spacchettamento tutto suo dei numeri per arrivare a dirci, campione d’arrampicata sui vetri di cui sento ancora i brividi correre lungo la schiena, che in fondo questa giunta ci costa solo cinque euro in più al giorno. In barba a ogni ragionevole operazione matematica.
Scegliete voi se ridere o piangere dopo tale argomentazione, che neanche Perry Mason sotto acido in una difesa d’ufficio a inizio carriera.

Lele Ghisio

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