Attualità
La mala educazione alpina
Gli sbiellati, la rubrica di Lele Ghisio

La contemporaneità che farcisce di tecnologia ogni azione e trasforma il verbo in un concetto digitale, ma molto più invasivo, dello scripta manent, ha sacrificato la complessità – quella vera, non quella artatamente manipolatoria – sull’altare della comunicazione veloce e di superficie, su cui spendere la propria indignazione quotidiana a prescindere dalla conoscenza dell’argomento in questione. Poco il tempo dedicato all’approfondimento e poca pure la voglia. Ci si affida spesso alla propria limitata esperienza autoreferenziale, spingendosi al massimo fino al miocuginismo, con buona pace d’ogni statistica o visione d’insieme.
Ciò mi spinge, mio malgrado, al premessismo di maniera, questo peloso mettere le mani avanti per evitare di cadere di faccia in qualche meme o in qualche post. Ho fatto la naja negli Alpini, sono iscritto all’Associazione Nazionale Alpini da più di una trentina d’anni e ho partecipato a diverse adunate nazionali. Ecco, l’ho detto.
Una premessa che mi permette di definirmi non già come “competente”, ma almeno come parte in causa. E, visto che la nostra città si candida a sede dell’adunata nazionale degli Alpini nel 2024, forse è il caso di fare qualche ragionamento e non spazzare la polvere sotto al tappeto, prodigandoci in un esercizio che a noi sbiellesi viene particolarmente bene.
Inutile stare qui a spiegare l’antefatto: delle molestie subite da parecchie donne a Rimini, durante l’ultima adunata nazionale, se n’è parlato molto. Spesso rigurgitando umori più che riflessioni compiute, ma anche questo è un classico di questa (ormai) postmodernità. Così com’è un classico la speculazione politica sulle spalle degli Alpini, di quelli che in Consiglio comunale presentano una mozione di solidarietà, pronti come sempre a rivendicare patriottismi conto terzi da modellare alla bisogna.
Prima di proseguire e a completamento della logica premessista, ribadisco l’ovvio su cosa non fare di tutte le erbe e le mele marce e blablabla, anche se invocare la generalizzazione invece di assumersi la quota parte di responsabilità è un vizio diffuso.
Leggendo il comunicato del presidente nazionale dell’Ana in proposito ho, da alpino, provato un senso di profondo disagio. L’uso del condizionale, la riduzione numerica delle denunce da centinaia a decine, la solita sterile stigmatizzazione, l’affermare che un fatto non esiste se non è denunciato all’autorità giudiziaria, la fisiologia del danno sul numero di partecipanti all’adunata, la mala educazione spacciata per maleducazione, l’alibi autoassolutorio dei numeri del volontariato alpino, lo scarico di colpa sui giovani e su infiltrati dal cappello tarocco lo rendono, per quanto mi riguarda, inaccettabile. E, per questo, restituirò simbolicamente il mio “bollino” per il 2022, in ideale sospensione del giudizio.
Accertato invece dalle testimonianze che l’età media dei responsabili è ben oltre la cinquantina, sarebbe stato forse il caso di riflettere sul proprio background culturale e cogliere l’occasione per un intervento educativo. Nel “breve e disincantato decalogo dell’adunata”, predisposto dall’Associazione e disponibile sul sito, il rispetto per le donne viene al nono posto, ben dopo i saluti al labaro e le istruzioni sul passo da tenere sfilando, e recita così: “Rispetto per il gentil sesso: il comportarsi male con loro, unito a sguaiataggini varie, trasforma l’adunata in un baccanale”. Tutto qui.
Gli episodi denunciati quest’anno non sono una novità: hanno solo trovato una condizione più favorevole per poter essere comunicati. I tempi cambiano così come cambia la sensibilità sociale, e ciò che prima era interpretabile come goliardia ora è molestia. La molestia gentile non esiste, è solo un inutile ossimoro.
È il caso che cambiamo anche noi alpini. È il caso che un’associazione che organizza una manifestazione a cui partecipano centinaia di migliaia di persone sia anche in grado di gestirla senza incidenti di questo tipo. È il caso che la si smetta di considerare una sorta di zona franca i giorni dell’adunata. È il caso che la si smetta con l’apologia dell’alcol come una delle caratteristiche alpine. È il caso che si trovi il coraggio di riconoscere di avere un problema, per poi guarirne.
L’Ana è l’organizzazione che vanta la maggior diffusione capillare sul territorio, forte di ben 110 sezioni e 4.400 gruppi. Partiamo da lì per un esame di coscienza e per un percorso culturale che ci faccia protagonisti del presente, più che del passato. Con coraggio e con la voglia di guardare avanti, verso le prossime adunate.
Lele Ghisio
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