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Da Aviano verso il Golfo. E quelle strane cupole…

Ecco “Pausa Caffè”, la rubrica settimanale di Giorgio Pezzana

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Ieri l’altro ben 23 aerei militari si sono levati dalla base americana di Aviano diretti verso il Golfo. Questa operazione ha risvegliato in me un ricordo lontano, ma ancora ben presente.

C’era solo una rete di filo di ferro sormontata da un groviglio spinoso a dividere la caserma “Zappalà” di Aviano, ove ho prestato servizio militare nel 1976 (in pieno terremoto, ma questa è un’altra storia) dalla base americana dalla quale ogni giorno (e spesso anche di notte) partivano gli aerei da ricognizione verso la Jugoslavia. Aerei spaventosamente veloci, soprattutto per quell’epoca, che quando si levavano da terra emettevano un sibilo assordante lasciando una scia di fuoco. Poche decine di metri e si alzavano, puntando verso l’alto, sopra le nubi. Una ventina di minuti e l’aereo (o gli aerei, quando uscivano in formazione) rientrava. Operazione conclusa, almeno per qualche ora. In quel periodo la minaccia poteva venire solo da Est. Non a caso i due terzi dell’Esercito italiano erano in Friuli ed in Friuli si trovava la base americana forse più importante tra quelle presenti in Italia.

I soldati americani erano tutti professionisti e come tali si comportavano. Pur confinando con la nostra caserma, non mostravano di cercare né di volere un rapporto con noi. Ad Aviano avevano un loro bar, dal quale spesso la sera uscivano alticci e per le vie del paese girava la Militar Police, come nei film. Non facevano la spesa. Una volta al mese alla base arrivava un enorme aereo cargo e per giorni i soldati americani scaricavano merci di ogni tipo: abbigliamento (c’era chi ad Aviano aveva anche la famiglia), alimentari, beni di consumo di vario genere e, forse, anche armi.

Nella nostra caserma, visto il gran numero di bersaglieri napoletani e siciliani, da un vecchio deposito ricavarono una pizzeria ove ogni sera ci recavamo in molti. Confinava con la base americana e noi stavamo ai tavolini ad osservare partenze ed arrivi di quei mostri alati che ogni volta, per il frastuono, ci costringevano ad interrompere i nostri discorsi, un po’ come quando avvertivamo le quotidiane scossette di terremoto.

Ci chiedevamo cosa fossero quelle cupole ricoperte d’erba (sempre perfettamente rasata) ai lati delle piste di decollo dei velivoli. Le supposizioni si intrecciavano, ma nessuno ci disse mai nulla.

Ma c’era una voce ricorrente, anche se la conferma venne solo molti anni dopo. Là sotto c’erano i depositi di armi nucleari. Anche in quel caso la minaccia di morte giaceva sottoterra, proprio come il terremoto. Ma noi non lo sapevamo.

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