BiellaIl Dardo
Crans-Montana: quando il dolore diventa responsabilità
La nuova versione de “Il Dardo”, la rubrica di Guido Dellarovere
Non amo, per indole e per scelta, allontanarmi troppo dai confini del nostro Biellese. Ma ci sono tragedie che superano ogni limite geografico e diventano patrimonio emotivo e morale di tutti. Quanto sta vivendo Elsa Rubino e la sua famiglia, così come le altre famiglie colpite dalla strage di Crans-Montana, riguarda ciascuno di noi, perché parla di figli, di fragilità, di responsabilità negate.
La strage di Crans-Montana non è soltanto un fatto di cronaca nera, destinato a essere archiviato tra le pagine di un giornale. È una ferita profonda che attraversa il tempo e interroga la coscienza collettiva. È la negazione più brutale dell’ordine naturale delle cose: ragazzi pieni di vita, di sogni e di futuro strappati all’esistenza per errori che non hanno commesso. Davanti a tutto questo, la parola “fatalità” suona come un alibi comodo e offensivo.
Sul piano morale, ciò che colpisce è l’ingiustizia assoluta dell’accaduto. Quando muoiono dei dei giovani, non si può abbassare lo sguardo né rifugiarsi nella rassegnazione. Quelle vite spezzate chiedono conto agli adulti, a chi aveva il dovere di vigilare, proteggere, prevedere. Ogni scelta che coinvolge i più fragili impone rigore, prudenza e senso del limite. Le tragedie, quasi sempre, sono il risultato di negligenze, superficialità, silenzi accumulati nel tempo.
C’è poi il dolore, quello vero, quello che non si consola. Il dolore dei genitori, delle famiglie, delle comunità travolte da un’assenza che nulla potrà colmare. Un dolore che da privato diventa collettivo, perché interi paesi restano segnati, perché una stanza vuota e una sedia inutilizzata raccontano più di mille parole. È in quel vuoto che comprendiamo quanto siamo tutti legati gli uni agli altri.
Ma Crans-Montana ci obbliga anche a parlare di responsabilità. Responsabilità dirette, di chi ha compiuto azioni sbagliate. Responsabilità professionali, di chi doveva garantire sicurezza e non lo ha fatto. Responsabilità istituzionali, quando i controlli falliscono o diventano mera formalità. E infine una responsabilità culturale, forse la più scomoda: quella di una società che tollera l’improvvisazione, minimizza i rischi e si convince che “tanto non succede”.
Ricordare Crans-Montana non è retorica. È un dovere etico. La memoria serve a restituire dignità alle vittime e a trasformare il dolore in impegno concreto. Senza verità e giustizia, quelle morti rischiano di diventare due volte inutili.
Nel silenzio che segue una tragedia così grande, resta una richiesta semplice e potentissima: più responsabilità, più cura, più umanità. Perché la vita è fragile, sì, ma proprio per questo vale infinitamente.
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