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«Mi davano per spacciato, ora l’incubo è finito»

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Il prezioso aiuto ricevuto dal personale medico-sanitario, unito al grande affetto dalla famiglia e delle tante persone che l’hanno sostenuto attraverso pensieri e messaggi di incoraggiamento, sono stati la forza di Luciano Angeleri, che ha sconfitto il Covid-19 all’età di 79 anni, dopo 50 giorni di ricovero nel reparto di terapia semi-intensiva dell’Ospedale degli Infermi di Ponderano.
L’artista vercellese trapiantato a Biella, che negli anni ’70 ha scalato i vertici delle hit musicali con il brano “Lui e Lei” (con il quale partecipò al FestivalBar) è finalmente tornato a casa dai suoi cari. Un personaggio eclettico e molto amato, che ha rischiato la vita a causa delle complicazioni provocate dal virus invisibile che sta spaventando il mondo. Un germe che può attaccare chiunque anche le anime più belle, come quella di Luciano, che nonostante tutto ha lottato fino in fondo aggrappandosi con tenacia ai ricordi del passato per proiettarsi in uno sperato futuro, fuori dalle mura di quell’ospedale. Così la speranza è diventata realtà e il 15 dicembre è potuto tornare dalla sua famiglia e dalla sua arte.
Innanzitutto la domanda più importante: come sta?
Ora sto molto meglio, mi sto riprendendo pian piano, ovviamente la dottoressa mi ha vivamente consigliato un mese di assoluto riposo. Perché la completa ripresa sarà un processo molto lento. Purtroppo il Covid mi ha colpito in forma grave e ancora non mi spiego come posso esser stato contagiato, visto che ero solito passeggiare da solo, in tutta tranquillità.
Ci racconti come è stata la sua permanenza in reparto
Arrivato in ospedale non capivo la gravità della situazione, pensavo di rimanervi al massimo una settimana, non di più, invece sono ritornato in famiglia dopo 50 lunghi giorni di ricovero. Si immagini 50 giorni (dal 27 ottobre al 15 dicembre) senza incrociare nessuno, ogni tanto vedevo qualche anima con la tuta di protezione, ma non riuscivo nemmeno a riconoscerne il volto. È stato davvero terribile, ma devo ammettere che il personale medico è stato impeccabile.
Com’è stato uscire da quell’incubo?
Questo male andava per le lunghe, un giorno mi sentivo meglio e il giorno seguente stavo peggio, sempre con un casco che mi ronzava nella testa, ma che mi dava l’ossigeno permettendomi di respirare. Perché i medici hanno provato di tutto: prima le cannule, poi altri respiratori. Quando la dottoressa ha annunciato che mi avrebbero dimesso ero felicissimo, sono uscito dal reparto e la gente mi applaudiva perché ero dato per spacciato e probabilmente sarebbe stato così, non fosse per quelle cure e per il carattere battagliero e positivo, che mi appartiene. Mi ero convinto che sarei uscito da quell’incubo. Volevo tornare a casa a tutti i costi e così è stato.
So che ha ricevuto sostegno e affetto da parte della gente, quanto l’ha aiutata a superare le difficoltà?
Sono rimasto allibito da quanto sostegno ho ricevuto dalla gente. Mio figlio Gabriele mi scriveva delle lettere motivazionali ed io le leggevo anche due volte al giorno per ritrovare la forza di andare avanti. Sicuramente le persone affezionate e la famiglia mi hanno aiutato tanto. Infatti consiglio a tutti i familiari dei malati di Covid di sostenerli sempre anche se non sarà un’impresa facile. Mandate loro degli input positivi, questo li farà rimanere aggrappati alla vita il più possibile. Io sono stato fortunato.
Qual è stata la prima cosa che ha fatto una volta uscito dall’ospedale?
Visto che amo il prosecco, una volta uscito da quelle mura sono arrivato a casa e ho fatto aperitivo con mia moglie Cristina con del buon prosecco, anche se non era propriamente ora di aperitivo ed è stata gioia pura.
Qual era il suo pensiero ricorrente durante il periodo di degenza?
Mi rifugiavo nel passato ricercando ricordi. Pensavo a quando ho preso il premio dall’onorevole Pella al Teatro Odeon e ancora a quando andavo in bicicletta con mia madre, partendo da Vercelli verso Biandrate. Pensavo anche ad altri aneddoti divertenti del mio passato e a ciò che posso ancora produrre come artista, perché anche l’arte mi ha dato sostegno.
Proprio a proposito di arte, ha voglia di tornare a creare qualcosa di speciale in futuro?
Assolutamente sì, ho tutto nella mente. Una volta che avrò recuperato completamente le forze mi metterò all’opera.
Cosa consiglia a coloro che come lei hanno avuto la sfortuna di ammalarsi di covid?
Non smetterò di ripetere a coloro che hanno avuto questa disgrazia di farsi forza, ma soprattutto consiglio ai familiari di motivare e dare grinta in tutti modi al proprio caro. Non dovete mai mollare anche se la tendenza naturale è quella di perdere la speranza. Non perdete la fiducia in voi stessi e nei medici. Io ce l’ho fatta nonostante abbia avuto dei momenti di cedimento emotivo, com’è normale che sia, mi sono poi “tirato su” pur rimanendo bloccato giorno e notte in un letto, bombardato da un casco che mi risuonava nella testa, quasi sento ancora quel ronzio.
Per lei e la sua famiglia sarà un Natale davvero speciale, finalmente sarete tutti riuniti. Ha idea di cosa farà?
Sarà un Natale più che speciale. Mi creda, già il fatto di essere a casa è un regalo bellissimo. Magari stapperò anche dello champagne oltre a del buon prosecco. Devo brindare alla mia guarigione, perché non era per nulla scontata. Io e la mia famiglia abbiamo temuto il peggio, ma ora sorrido alla vita più che mai.
Sara Curatolo

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