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BiellaPensieri e parole

Se provassimo ad esporci

Ecco “Pensieri e Parole”, la rubrica curata da Vittorio Barazzotto

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Nell’archivio storico de La Stampa ho trovato un articolo di cronaca locale; verso la fine degli anni Settanta, un gruppo di docenti della scuola di Mongrando firmava una petizione contro il proprio dirigente scolastico per l’impostazione didattica della scuola. Non per una polemica personale, ma una presa di posizione pubblica: chiedevano maggiore impegno, maggiore coraggio, maggiore responsabilità educativa. Una notizia del genere oggi sarebbe impensabile nelle nostre cronache; ci lamentiamo continuamente dei servizi che non funzionano, della politica, dei trasporti, della sanità, delle città che si svuotano, della sicurezza, ma raramente assistiamo a una vera assunzione collettiva di responsabilità.

Anche questa settimana, per l’ennesima volta, i treni da e per Biella hanno accumulato ritardi: i pendolari si sentono frustrati da un servizio che sembra destinato ad un peggioramento inarrestabile.

Non abbiamo le forze né la motivazione per una mobilitazione vera, una presa di posizione capace di trasformare il malcontento in pressione civile.

Questo forse è il tratto più malinconico del nostro tempo: il passaggio dalla partecipazione alla rassegnazione ci rende un Paese vecchio.

Siamo diventati professionisti della critica a distanza, riluttanti a esporci, a chiedere conto pubblicamente, a pretendere serietà da chi rappresenta le istituzioni. E questo vale anche per le categorie intellettuali e professionali, che un tempo esercitavano un ruolo di stimolo e di coscienza critica.

La politica si alimenta di questa disaggregazione civile e interpreta sempre di più il proprio ruolo come gestione del consenso e del potere, più che come servizio alla Repubblica. Per alcuni l’esperienza parlamentare è una vita in vacanza.

L’effetto più drammatico è certificato dalla metà milioni di italiani che non votano più. Non per indifferenza assoluta, ma perché non credono più che la loro presenza possa cambiare qualcosa. È una frattura profonda, che rischia di svuotare lentamente il senso stesso della Repubblica. La rinuncia alla partecipazione consegna la democrazia all’inerzia, rendendoci gravemente vulnerabili.

Siamo vicini alla ricorrenza del 2 giugno che ricorda un referendum che nacque da un Paese distrutto dalla guerra, ma ancora capace di mobilitarsi, discutere, scegliere. Dietro quella data c’erano la Resistenza, la Liberazione, il desiderio di ricostruire una comunità nazionale fondata sulla partecipazione e sulla responsabilità civile.

Forse oggi dovremmo tornare proprio lì: non alla nostalgia del passato, ma all’idea che la democrazia esista soltanto se qualcuno trova ancora il coraggio di prendere posizione.

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