BiellaOpinioni
Perché al pronto soccorso non si parla al malato?
La riflessione di Cesare Maia dopo un incidente con la bicicletta
Mi è successo il 25 aprile di finire al pronto soccorso per un incidente con la bicicletta. Trauma cranico e un po’ di botte ed escoriazioni. Ma questo solo per inquadrare la situazione. Entro al pronto soccorso intorno alle 11.45, ovviamente pesto, stordito e sanguinante. Ne uscirò intorno alle 19 dopo aver atteso anche solo una medicazione fino alle 18.30. Ma non è questo il punto.
Al pronto sono quasi tutti gentilissimi ma il guaio è che nessuno, forse per scelte, ti spiega niente. E tu che ovviamente ti aspetti qualcosa, sei piazzato su un letto ad aspettare per ore non sai cosa, senza che niente succeda e nessuno ti dica perché non succede né quando succederà.
Vedi che ad altri arrivati dopo succede “prima”. E se ragioni, se non sei agitato capisci che non sei al banco della verdura ad aspettare con il numerino in mano. Conta chi è più grave e magari anche pesa se lo specialista per il tuo problema non è disponibile. Ma sei fatalmente nel campo delle ipotesi. Magari condividi con il vicino di letto scoprendo che anche a lui manca di sapere qualcosa perché se lo sai almeno non stai ad aspettare di capire, di sapere e smetti di controllare se ogni minuto è quello buono.
Insomma, il paziente sa di essere al sicuro, ma si sente buttato lì, in un angolo mentre un po’ di dialogo magari servirebbe anche a evitare che poi a “succedere” siano certi brutti episodi.
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