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Il caso Fricano e l’umiliazione della comunità

La nuova versione de “Il Dardo”, la rubrica di Guido Dellarovere

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Ci sono momenti in cui la giustizia italiana sembra dimenticare la sua missione più elementare: proteggere i cittadini e rispettare la memoria delle vittime. La decisione di concedere nuovamente una misura domiciliare a Dimitri Fricano, condannato per l’omicidio di Erika Preti, è uno di questi momenti. Un momento in cui l’istituzione, invece di ergersi a garante della collettività, si piega sotto il peso di un formalismo che non vede, non sente, non capisce.

È impossibile non provare sdegno. Non si tratta di una questione tecnica o di un dibattito accademico sul diritto penitenziario. È una questione di giustizia elementare. Erika è morta, e non per un incidente, non per fatalità: è stata uccisa. Brutalmente. E l’uomo responsabile di quel delitto, condannato a 30 anni, ottiene ancora una volta la possibilità di tornare a casa. È questa l’idea di pena che vogliamo trasmettere?

La motivazione? La salute. Una salute compromessa, si dice, che richiederebbe un regime meno rigido. Ma qui nasce lo scandalo: se lo Stato non è in grado di garantire assistenza sanitaria adeguata all’interno delle strutture penitenziarie, allora il problema non è del detenuto, ma dello Stato. E scaricare questa inefficienza sulle famiglie delle vittime è moralmente inaccettabile.

Lo Stato che si rivela più fragile del condannato è la sensazione, palpabile, che il sistema giudiziario si dimostra più fragile del reo. Come se la pena dovesse adattarsi alla condizione del condannato, e non viceversa. Come se la responsabilità dell’omicida potesse evaporare quando sopraggiungono difficoltà personali. Ma non è questo il senso della giustizia. Non è mai stato e non deve mai diventarlo.

La decisione rischia di creare un precedente terribile: basta una condizione fisica complessa per ottenere un allentamento della detenzione? La certezza della pena diventa così un concetto malleabile, vulnerabile, aperto a distorsioni e sfruttamenti. E un sistema che offre varchi così ampi è un sistema che non regge.

La ferita inferta ai genitori di Erika, l’aspetto più doloroso e, al tempo stesso, più ignorato è il rispetto dovuto alla famiglia della vittima. Ogni concessione al condannato, ogni ritorno alla vita domestica, è uno schiaffo simbolico a chi ha già perso tutto. È un dire, indirettamente: “La sofferenza di vostra figlia pesa meno delle esigenze del suo assassino”. È un messaggio crudele, persino disumano.

Non occorre essere giuristi per comprendere il significato devastante di questa vicenda. Basta essere persone dotate di dignità e buon senso.

C’è una magistratura che si rifugia nelle norme, non nella responsabilità: il punto, qui, non è se la decisione sia legale. Lo è. Il punto è che la legalità non basta quando la decisione è vissuta dalla comunità come un tradimento. La magistratura non può rifugiarsi dietro il tessuto normativo quando quel rifugio genera sfiducia, sdegno e un senso di abbandono tra i cittadini.

La giustizia è fatta anche di percezione, di autorevolezza, di credibilità. E quando una sentenza sembra premiare chi ha tolto una vita, quell’autorevolezza si sgretola. Una giustizia che non sa farsi rispettare non è più giustizia: è un meccanismo burocratico che lavora in automatico, ignorando il mondo reale.

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5 Commenti

1 Commento

  1. .Bruno

    17 Novembre 2025 at 16:05

    e vero proprio così, ma ci sono politici che vedi Santanchè ed altri che aspettano di essere condannati che con amicizie vicine, fanno cadere i reati in pescrizione. ok non hanno ucciso nessuno ma sempre colpevoli sono ma siedono al governo , come de niente fosse , in altri paesi europei si sarebbero già dimessi

  2. Ardmando

    18 Novembre 2025 at 8:08

    Solo un idiota e un ignorante può mettere una tragedia come questa in politica. Sai quale è il problema signor dittatura comunista? Che chi prende queste decisioni sono i corrotti giudici di sinistra. Ecco perchè la riforma deve spazzare via tutto questo e deve colpevolizzare e punire i giudici che sbagliano, come in questo caso. Fricano deve stare in carcere a prescindere dalla sua salute e ci deve finire la sua esistenza (speriamo il più presto possibile)

  3. .Bruno

    18 Novembre 2025 at 11:29

    tutto il mondo e paese corrotto da corruttori

  4. .arnoldo

    18 Novembre 2025 at 12:13

    il caso Fricano umilia il biellese e la comunità, ma i politici seduti al governo corrotti e colpevoli , umiliano gli italiani

  5. Ettore

    18 Novembre 2025 at 18:04

    Voi zecche rosse umiliate l’Italia con la vostra esistenza. Ma cambierà, oh se cambierà.

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