BiellaCronaca
«Il bar Lucxor era tutta la nostra vita»
Dopo la chiusura definitiva imposta dal Comune, parla il titolare: «Io, mia moglie e mio fratello lasciati senza lavoro e con cinque figli da mantenere, ma abbiamo sempre collaborato»
«Il bar Lucxor era tutta la nostra vita».
«Il bar Lucxor era tutta la nostra vita»
Quando sono arrivati e ci hanno detto di chiudere tutto definitivamente, ho pensato fosse uno scherzo».
Erano serissimi, invece, gli agenti della polizia locale di Biella incaricati di notificargli “l’immediato e permanente divieto di prosecuzione dell’attività”.
Per il titolare del Bar Lucxor è stata molto più di una doccia ghiacciata. È stata il mondo che ti crolla addosso, lasciando senza lavoro in un colpo solo te, tua moglie e tuo fratello. Due famiglie, cinque figli a carico, con un sesto in arrivo.
A distanza di qualche giorno, Shaomin Qiu, per tutti più semplicemente “Amin”, ha raccontato tutta la propria frustrazione e amarezza per un provvedimento che in un attimo ha mandato in fumo quasi dieci anni di lavoro e investimenti in una città dove lui e la sua famiglia sono perfettamente integrati.
«Abbiamo rilevato il bar nel 2018 – racconta -, all’inizio eravamo io, mia moglie e mia mamma. Da qualche tempo, al posto di mia madre, era subentrato mio fratello minore. Nel 2022 la mia famiglia ha anche acquistato i muri. Un investimento importante fatto perché ci troviamo bene qui, lavoriamo bene, abbiamo creato amicizie».
Nel frattempo, però, iniziano i primi problemi che portano a tre provvedimenti di sospensione temporanei della licenza: nel novembre 2023, nell’agosto 2025 e infine, quello più drastico, della durata di un mese, nel marzo 2026.
“Nonostante questi interventi, le forze dell’ordine hanno continuato a registrare episodi che hanno richiesto controlli e operazioni all’interno del locale stesso – si legge nel comunicato con il quale il Comune di Biella ha annunciato la chiusura definitiva -. In particolare, secondo quanto segnalato dagli organi competenti, nel locale sarebbe stata più volte riscontrata la presenza abituale di persone con precedenti di polizia o sottoposte a misure di prevenzione, oltre a situazioni che hanno generato problemi per la sicurezza e la tranquillità pubblica, rendendo necessario l’intervento degli agenti anche a seguito di liti e discussioni avvenute nell’esercizio”.
Dura lex, sed lex, recita un’antica massima latina. Per quanto severa o difficile da accettare, la legge va rispettata. Proprio qui, però, nasce la frustrazione di Amin, perché proprio la legge sembra quantomeno contraddittoria e lui, ancora oggi, non riesce a capire come avrebbe potuto evitare questo epilogo amaro.
«Mi è stata più volte contestata la presenza di pregiudicati nel bar – spiega – però non ho alcuno strumento per sapere se una persona che entra nel locale ha precedenti e non posso impedirle l’accesso. Infatti un bar è un pubblico esercizio, la legge mi impone di far entrare chiunque a meno che non sia ubriaco. Però contemporaneamente, sempre la legge, mi dice che se faccio entrare pregiudicati è colpa mia. A un certo punto ho anche chiesto alle forze dell’ordine che mi venisse fornita una lista delle persone di cui contestavano la presenza nei diversi controlli, per sapere chi fossero e trovare il modo di non farle entrare più, ma anche questo non è consentito dalla legge. Ho provato di tutto, ho anche iniziato a mandare via chi aveva una “faccia brutta”… Non so più cosa fare. Io sono un barista, un cameriere, non un poliziotto».
Amin sostiene anche di aver tentato di seguire le prescrizioni fornite dalla questura dopo le prime sospensioni temporanee.
«Ad esempio mi avevano suggerito di mettere delle telecamere – continua a raccontare – e ho speso quasi 10mila euro per far installare un sistema di videosorveglianza interno ed esterno».
La presenza di persone con “macchie” penali è stata una delle contestazioni più frequenti negli ultimi anni, ma ci sono stati anche casi di interventi delle forze dell’ordine per liti, schiamazzi o baruffe.
«È vero, qualche volta è successo, ma anche in questo caso ho sempre cercato di essere collaborativo – continua il 42enne -. Le faccio un esempio di una delle contestazioni che ho ricevuto, perché rende bene l’idea della posizione in cui si può trovare chi fa il mio lavoro quando succedono queste cose. Un uomo entra nel bar, dopo qualche minuto ne arriva un altro. Chiacchierano, ridono, si abbracciano. Poi, all’improvviso, prima ancora di aver consumato, iniziano a insultarsi e a spingersi, non si sa perché. Io e mio fratello chiamiamo il 112 e intanto, con l’aiuto di altri clienti, li separiamo e li facciamo uscire dal bar. Una volta fuori, uno prende una bottiglia dallo zaino e la lancia verso l’altro, poi si allontanano lungo la strada che va verso via Pietro Micca. Quando arrivano le forze dell’ordine scopro che nel frattempo uno è stato ferito, forse con un coccio della bottiglia. È successo fuori, ma io ne “rispondo” comunque perché la lite era iniziata nel mio bar. Io voglio rispettare le regole e la legge, le ho sempre rispettate e sono incensurato. Però qualcuno può spiegarmi cosa avrei dovuto fare oltre ad avvisare subito le forze dell’ordine e a mandarli via dal locale? Perché ancora non l’ho capito. Per quale motivo devo “pagare” io per ciò che fanno, a decine di metri dal mio locale, due persone che ho cacciato ancor prima che consumassero, segnalandole immediatamente al 112?».
Amin a un certo punto ha provato anche ad abbassare la saracinesca prima dell’orario previsto: «Potevo tenere aperto fino all’una di notte – spiega – ma proprio per evitare possibili problemi con chi magari si presenta sul tardi dopo aver già bevuto troppo, spesso alle 22,30 iniziavo a pulire e alle 23 abbassavo la serranda… Di recente mi sono anche informato per un eventuale vigilante, magari da far venire dopo una certa ora, ma nel frattempo mi è stato chiuso il locale».
Il commerciante 42enne ora valuterà se ci sono gli estremi per presentare ricorso contro il provvedimento, nel frattempo però deve convivere con l’amarezza per com’è andata a finire e con la paura del futuro: «Ho mutui e finanziamenti da pagare – conclude – e per di più il giorno che mi hanno comunicato la chiusura definitiva avevo appena fatto rifornimenti per 3mila euro… Lavoravamo lì sia io che mia moglie, il bar era la nostra vita. E abbiamo tre figli da mantenere. Adesso cosa faremo? Come vivremo?».
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