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Sardine in bagna cauda

Gli sbiellati di Lele Ghisio

Dopo Biella città creativa col bollino Unesco, chi la ferma più la fregola piemontese di riconoscimenti? Ora ci tocca fare il tifo per la candidatura della bagna cauda. E non sto scherzando: succede davvero, che mica sbiellano solo qui. Anche se alla notizia il patron di Slow food, Carlin Petrini, è sbottato con un saggio: “Esageruma nen!”. E l’ha fatto in occasione del Bagna cauda day – esiste pure questo! – appena qualche giorno fa. Comunque è stagione, e non essendo nostro patrimonio culinario le Sarde in saòr o i Bigoli con le sardèle potremmo tentare un adattamento della bagna cauda usando sardine al posto di acciughe.
Quasi un peccato non aver fatto coincidere la discesa in piazza delle sardine locali, probabilmente il prossimo 21 dicembre, con il Bagna cauda day per sigillare un gemellaggio gastronomico. Ma mi sto perdendo, con tutta quest’acquolina. Oggi anche Biella pare che abbia le sue sardine che escono dalle scatolette per manifestarsi.

Con qualche contraddizione, tra pagine fake sui social e amministratori paradossalmente fuori piazza. Ma, dopo aver aggiustato un poco il tiro, il flebile vento della protesta civile, in tutti i sensi, soffia anche in città e le sardine biellesi si aggiungono a quelle torinesi e a quelle piemontesi. Sulla pubblica via delle buone intenzioni per dire e dimostrare d’essere. La società civile ha un sussulto, forse. E Biella prova a battere un colpo. Il pragmatismo locale, ora in crisi d’identità e in profonda trasformazione in chissà cosa, non ha mai regalato grosse soddisfazioni alle manifestazioni di piazza. A memoria, sono poche le occasioni in cui la società civile si è manifestata pubblicamente con numeri consistenti: la marcia contro l’inceneritore Fenice nel 1996 e quella che da Biella a Vigliano accompagnò il dissenso alla guerra sotto lo sventolio di bandiere della pace nel 2003. Da allora solo comizi pop e dissenso a piccole dosi. Girotondi e popolo viola non pervenuti o quasi, e nell’epoca del grillismo rampante dell’antipolitica poca cosa. Al di là dei numeri però, c’è da rilevare anche qui l’insofferenza per i toni della comunicazione politica, spesso svuotata di contenuti a favore del marketing del consenso. E allora anche Biella ci prova a ridefinire le parole, che: “Sai bene che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime”, come disse il Socrate citato da Gianrico Carofiglio nel suo illuminante saggio “La manomissione delle parole” (Rizzoli). Che ha modo anche di tacciare così i subdoli sostenitori del fare che percepiscono la piazza solo in occasione di eventi ultrapop a favor di selfie: “Si fa qualcosa, dicendo qualcosa”.

La speranza è che anche Biella riesca a dire qualcosa a una città che necessita di un nuovo umanesimo, per un nuovo rinascimento di sé. E che cominci a dirlo con gioia, mettendoci fisicamente la faccia. In un momento in cui, a me che ho il gusto della parafrasi, piace pensare che se Rino Gaetano fosse ancora vivo (e che in qualche modo lo è, ancora), con i suoi Crash darebbe alle stampe un nuovo album: Sardinista.

 

Lele Ghisio

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