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Parlano i “cattivi” dei giardini Zumaglini di Biella

«Una bottiglia in mano non fa di te un criminale»

Tutti ne parlano, molti li disprezzano, alcuni li temono. Nessuno li ascolta.

Sono loro, “quelli dei Giardini”, protagonisti di tanti dibattiti e polemiche, da anni, e ora nel mirino delle politiche securitarie della Lega, che nelle ultime settimane ha annunciato una sorta di crociata contro di loro. Via il wi-fi, piante drasticamente potate, controlli delle forze dell’ordine aumentati, accattonaggio vietato, sono solo alcune delle iniziative di cui si è parlato in questi giorni.

Un clamore che ha lasciato i diretti interessati abbastanza indifferenti: sono abituati a indossare i panni dei cattivi della storia.

Questa volta, però, abbiamo provato a far parlare loro, incontrando diversi personaggi storici dello “zoccolo duro”, un gruppo che da anni bazzica il parco, in mezzo a parecchi altri. Volti conosciuti un po’ da tutti. C’è chi li chiama “la banda del Tavernello”, anche se a dire il vero sembrano preferire la birra, chi li vede tutti come tossici senza distinzioni: ma chi sono veramente i “soliti noti” dei giardini Zumaglini?
Dopo un momento di iniziale diffidenza – non è la prassi che qualcuno chieda la loro opinione – si dicono disponibili a rispondere alle domande e a raccontarsi. E di cose da dire ne hanno parecchie. Alcuni accettano che il loro nome venga pubblicato, qualcuno preferisce evitare. Per comodità, useremo solo i nomi di battesimo di alcuni di loro, per riportare una lunga chiacchierata che ha coinvolto almeno una decina di persone.

«Chi siamo? Siamo tante cose, è troppo facile fare di tutta l’erba un fascio. Qui c’è il disoccupato, chi non ha un tetto sopra la testa, il tossicodipendente, ma anche il lavoratore, l’operaio, lo straniero che non sa dove andare, chi ha problemi di salute, quelli seguiti dal Serd, quelli che sperano di entrare in comunità… Ci dipingono come pericolosi delinquenti, ma non lo siamo. Certo, tra i tanti ci sono anche quei tre o quattro che danno problemi, i soliti cogl…i, ma non è giusto generalizzare. Non è che se hai una bottiglia in mano, allora sei automaticamente un criminale».

Sono le parole di Paola, Luigi, Antonino e tanti altri, che hanno voglia di dire la loro, di spiegare la realtà dei giardini.

«Guardati attorno – suggerisce uno -, vedi casino?». E in effetti nella loro zona è tutto abbastanza in ordine. «Sai perché? Perché spesso siamo noi stessi a occuparci di tenere pulito dove stiamo. Anche perché se ad esempio ci sono vetri a terra, i primi a tagliarsi sono i nostri cani».

E’ un dato di fatto, però, che molti in città si lamentano della loro presenza, delle sbronze e dei battibecchi. Lo sanno bene. Lo sa bene anche Rambo, una vita randagia, spesso finito sui giornali – come non manca di rammentarci -, ma anche lui presente e interessato al nostro incontro improvvisato.

«Certo – spiega un altro, mostrando le scarpe distrutte e proponendo con un sorriso amaro di fare cambio -, molti di noi sono brutti da vedere, sporchi, poveri, ma a parte questo in realtà non diamo fastidio a nessuno».

«Quando qualcuno sballa – aggiunge un uomo seduto sulla panchina -, ce ne occupiamo noi, lo teniamo nel gruppo proprio per evitare che crei problemi agli altri. Quando uno sta male, siamo sempre noi a chiamare il 118. Se qualcuno litiga, siamo i primi a intervenire per provare a calmare gli animi. Credimi, possono sentirsi tutti al sicuro qui, per quanto ci riguarda. Tant’è che attorno a noi passano anche molte famiglie ogni giorno, i loro bambini giocano senza problemi con i nostri cani. Sanno che non hanno nulla da temere».

Contemporaneamente non negano il lato oscuro dei giardini, il disagio, la presenza di qualcuno che delinque, di gruppetti che a volte fanno a botte tra di loro, di chi quando beve troppo urla, magari intimorisce e diventa molesto. E, paradossalmente, proprio per questo, non hanno nulla contro certi provvedimenti pensati per migliorare la situazione: «Ben vengano i controlli in più della polizia. Gli agenti ci conoscono tutti, parliamo con loro, in generale abbiamo buoni rapporti. Ben vengano anche gli interventi per evitare che ci siano “zone nascoste” dalle piante».

E il wi-fi che favorisce lo spaccio? Si mettono a ridere.

Il discorso, però, torna subito serio. Oltre a queste, infatti, vorrebbero anche iniziative di tutt’altro tipo.

«La verità è che se siamo qui, una ragione c’è. Molti di noi non hanno un lavoro, altri non sanno dove dormire. C’è chi passa la notte al dormitorio, ma di giorno non ha un posto dove andare e viene qui. Anziché fare sceriffate, Moscarola e il sindaco potrebbero fare le cose con calma e per bene, con serietà, preoccupandosi di risolvere questi problemi. Perché, ad esempio, non si trova il modo di farci fare qualcosa? Potremmo lavorare qualche ora ogni giorno proprio per tenere puliti i giardini».

Difficoltà e guai ne hanno tanti, ognuno diversi, ma hanno anche molte idee: «Tanta gente non ha una casa, eppure ci sono alloggi popolari vuoti. Molti sono in lista da anni, ma essendo soli e senza figli probabilmente non l’avranno mai. Perché non recuperano il vecchio ospedale per fare nuovi appartamenti? Invece di fare la guerra ai bivacchi, Moscarola dovrebbe pensare alle condizioni in cui viviamo».

Soldi, lavoro e casa sono le principali parole d’ordine. «Tra una cosa e l’altra, ho fatto trent’anni di carcere per reati contro il patrimonio – racconta Luigi – e assumo droga, ma non ho mai spacciato, mai rapinato. Ora sono fuori e percepisco 135 euro di reddito di cittadinanza, come potrei pagarmi un affitto? Dovrei tornare a rubare?».

«Chi esce dal carcere – aggiunge Christian – è abbandonato a se stesso, senza prospettive; anche per questo alla fine molti finiscono per delinquere di nuovo».

Capitolo droga e dipendenze, un altro tema che fa parecchio discutere:

«Posso assicurarti che qui eroina, cocaina e roba pesante non ne girano – sottolinea un uomo, uscito dal tunnel ormai da molti anni, con casa e lavoro, che frequenta i giardini solo per stare in compagnia con gli amici di una vita -. Siamo noi i primi a non volere schifo e siringhe in giro. Qui beviamo, questo sì, ma non è un reato. Poi magari qualche volta trovi uno che fuma l’hashish, ma quello non succede di certo solo ai giardini… La verità è che questo per noi è un punto di ritrovo, ma le altre persone che passano non le tocca mai nessuno».

Negli ultimi anni anche la popolazione delle presenze fisse ai giardini è cambiata, sono comparsi gruppetti di maghrebini, pakistani e africani che, come i “volti storici”, trascorrono le loro giornate nel parco, all’ombra di qualche pianta o su una panchina. Spesso anche loro sono stati protagonisti di liti e reati. E qualche “casino” di convivenza, così viene definito, capita che ci sia tra loro e gli italiani. Tra gli stranieri ci sono delle teste calde, sottolineano alcuni degli intervistati, ma non ne fanno una questione di etnia e, soprattutto, ci tengono a ribadire il concetto valido per tutti: non si può generalizzare, le colpe sono individuali: «Non è questione di bianchi o neri – spiegano -, la verità è che qualcuno delinque, certo, ma la maggior parte di loro sono brave persone. Vengono qui perché non hanno alternative migliori, perché come noi non hanno un altro posto dove andare, non hanno niente da fare e sono soli, abbandonati a se stessi».

Un luogo in cui trascorrere le giornate, dunque, questo sono i giardini. Un luogo che però è sempre meno accogliente. C’è chi si lamenta della fontana, ridotta ormai a un filo d’acqua: «Lo hanno fatto per impedire che le persone la usassero per lavarsi, ormai non ti ci riesci a sciacquare nemmeno la faccia».

La questione igienico-sanitaria è particolarmente sentita: «Perché non mettono un paio di bagni pubblici, gratuiti e puliti? Basterebbe quello per evitare di trovare escrementi umani in giro o di vedere gente che urina in un angolo…».

Al termine della chiacchierata, frustrazione e amarezza sono le emozioni che sembrano emergere maggiormente, insieme a una sorta di sollievo nell’essere stati interpellati, per una volta.

E’ il momento dei saluti.

«Non siamo tutti uguali – ribadisce un ragazzo -, ci sono tante teste, tante categorie… come ovunque. Noi qui ci viviamo, non possono cacciarci. Tolgono il wi-fi, mettono divieti… e poi? Tra un po’ verranno a darci l’olio di ricino? Non facciamo male a nessuno, anche se magari qualcuno si ubriaca, è sporco o non ha un dente. Scrivilo che le altre persone possono stare tranquille, scrivilo che davvero non le tocca nessuno di noi, non hanno nulla da temere».

Sono stati gentili e accoglienti, nonostante sappiano che chi gli parla ha già scritto articoli sul loro conto e sugli episodi di cronaca dei quali sono stati protagonisti. «Pazienza, tu fai il tuo lavoro…».

Li ringrazio.

«No, grazie a te. Sei sempre il benvenuto, quando vuoi».

Matteo Floris

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