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L’ospedale non può vivere sotto la minaccia delle lettere anonime

La lettera di Stefano Zaramella

L’ospedale non può vivere sotto la minaccia delle lettere anonime
La lettera di Stefano Zaramella
Caro Direttore, la ringrazio per lo spazio che vorrà dedicare alle seguenti riflessioni in merito alle vicende del reparto di Urologia dell’ospedale di Ponderano, di cui sono direttore. Sin dall’insorgere del procedimento – originato da lettere anonime – che ha coinvolto me ed alcuni medici della struttura, gli organi di stampa si sono occupati diffusamente dell’argomento, comunicando notizie e non di rado facendo riferimento ad atti processuali (di recente anche attraverso pubblicazione di stralci degli stessi). Personalmente ho osservato sino ad ora la consegna del più stretto riserbo, tant’è che non è possibile rinvenire alcuna mia dichiarazione a margine del contenuto degli articoli comparsi su più periodici, biellesi e non; ciò ho fatto in primo luogo in ossequio alla riservatezza che imponeva la fase delle indagini, ma anche in quanto – e nondimeno- ho ritenuto e ritengo che una vicenda di tale complessità vada trattata nelle sedi opportune, e dunque da chi ha competenza in materia giuridica e medica ma, soprattutto, dispone di informazioni complete sui fatti. Inoltre, ho sinora taciuto in osservanza al rispetto che ho sempre portato a tutti i soggetti coinvolti, in primo luogo pazienti e loro congiunti, ma anche Ospedale di Ponderano e colleghi interessati.
Il mio rapporto con l’Autorità Giudiziaria è stato da subito e senza eccezioni sereno e leale; prova ne è che, non appena ho potuto – una volta approfonditi i fatti – rendere dettagliate spiegazioni tecniche, sono stato immediatamente restituito alla direzione della mia struttura. Le indagini ora sono terminate, e a breve si svolgerà l’udienza preliminare; in ragione di ciò, pur continuando ad osservare la riservatezza professionale ed il massimo riguardo per tutti i soggetti di cui sopra, penso sia doveroso a questo punto far sentire la mia voce. Non posso entrare ovviamente nel merito delle singole vicende in ragione della pendenza del procedimento, ma voglio svolgere alcune brevi osservazioni.
Sono diventato primario nel maggio del 2016, dopo essermi classificato primo al concorso indetto per la copertura della posizione. Anche se non sono io a dover parlare della mia esperienza e competenza, mi limito a ricordare che da anni mi dedico all’urologia avanzata, in particolare coltivando le tecniche miniinvasive, cioè quelle rivolte a rendere l’intervento più veloce e meno traumatico, ed i tempi di degenza per il paziente più ridotti. Sin da subito il mio obiettivo è stato quello di creare – all’interno di un Ospedale pieno di figure professionali serie e motivate – una struttura di “eccellenza”, che mettesse a disposizione le migliori risorse e conoscenze a vantaggio degli utenti, interessati a poter disporre di un punto di riferimento locale urologico. E a questo proposito – anche grazie al supporto di una Direzione orientata a rinnovare e lanciare l’Ospedale, all’impegno di medici del reparto che non si sono risparmiati, alla fortuna di lavorare in una struttura completamente nuova – tale obiettivo ha cominciato a realizzarsi. Cito pochi dati velocemente: l’introduzione di alcune delle più moderne tecniche miniinvasive in ambito urologico come la chirurgia laparoscopica e quella miniinvasiva a laser della calcolosi e dell’ipertrofia prostatica, insieme alla riorganizzazione del reparto, hanno permesso di ridurre i tempi di attesa per la prima visita urologica da 70 a 20 giorni circa, con l’apertura di nuovi ambulatori specialistici e di una moderna area di diagnostica endoscopica ambulatoriale. Queste e altre novità hanno comportato, nel volgere di un solo anno e mezzo, la riduzione della mobilità passiva da oltre il 50% a meno del 25% (ciò significa che più di un paziente su due sceglieva di farsi curare altrove, mentre ora meno di un paziente su quattro sceglie strutture alternative al nostro Ospedale). Sempre in soli 18 mesi la mobilità attiva (pazienti fuori ASL che vengono a farsi curare a Biella) è più che triplicata: dal 6,5% al 21%. L’incremento del lavoro (che ha portato ad eseguire circa 1200 interventi all’anno rispetto ad una media di 650 degli anni precedenti) è quindi conseguito alla riduzione del numero di biellesi in ricerca di altri ospedali e corrispettivamente all’aumento di coloro che, provenienti da altre ASL, scelgono Biella per farsi curare. Da ultimo, come conseguenza non trascurabile, cito anche un dato economico: al mio arrivo a Biella la Struttura Complessa di Urologia aveva un passivo annuo di circa 750.000 euro, alla fine del 2017 la stessa ha concluso l’anno in attivo di 350.000 euro.

L’attività qualsiasi reparto chirurgico è caratterizzata da interventi che riescono con risultati veloci, da altri la cui soluzione è un po’ più lunga, e da altri ancora (per fortuna una assoluta minoranza) nei quali per una serie di ragioni si verifica quella che viene definita in medicina “complicanza”. E così è stato anche per il reparto di Urologia, mi permetto di dire che la qualità degli atti operatori ha denotato col passare dei mesi una progressiva e irreversibile tendenza al meglio: infatti, il tasso di complicanze chirurgiche nel reparto di Urologia di Ponderano è del 2,5%, perfettamente in linea con la letteratura (e il mio personale tasso è dello 0,85%) (dati 2017).

In un tale contesto, nel luglio 2016 un autore ignoto di lettere anonime ha ritenuto di segnalare alcuni casi chirurgici che – a suo dire – sarebbero stati caratterizzati da errori professionali. Di qui è nata la doverosa indagine dell’Autorità giudiziaria, che ha portato ai provvedimenti che tutti conoscono e ad agli sviluppi analiticamente richiamati dagli organi di stampa. Comincio con l’osservare una cosa che sembra banale ma è importante. Errori professionali accadono ovunque (anche perché il chirurgo è uomo, e come tale non perfetto), vengono comunemente evidenziati e trattati nella pratica ospedaliera e si concludono qualche volta con un giudizio di responsabilità in sede civile – o anche penale – comportando il risarcimento del soggetto che ha subito danno. La rappresentazione di questi casi alle Autorità (ospedaliera o giudiziaria) avviene alla luce del sole: il parente o lo stesso paziente si rivolgono in prima battuta alla Direzione Sanitaria, poi di solito all’opera di un legale, e poi all’Autorità Giudiziaria. Ciò fanno qualificandosi con nome e cognome, esponendo i fatti e chiedendo il riconoscimento del proprio buon diritto. Nel caso che riguarda l’Urologia, però, l’ignoto accusatore rimane nell’ombra. Tutti noi sappiamo che la vera richiesta di giustizia è quella di chi si identifica con le proprie generalità; per chi invece lancia accuse pesanti e tutte da provare rimanendo nascosto, il dubbio rimane: qual è il vero obiettivo che persegue? La giustizia, come sostiene, o – più verosimilmente – l’attacco al reparto di Urologia e soprattutto al suo primario? Ognuno potrà fare le sue riflessioni e dare una risposta.

Ma c’è dell’altro. Quando un medico sbaglia (e ancor più se ha l’abitudine di sbagliare) l’ambiente che lo circonda – ed in particolare i colleghi – tendono a sospendere il giudizio sino a quando la sua posizione non venga accertata fino in fondo, limitandosi ad affermazioni di circostanza sulla fiducia negli organi inquirenti e sulla convinzione che l’indagato potrà chiarire la sua posizione.
Nel caso mio e del reparto da me diretto, posso dire che sia avvenuta una cosa diversa (mi commuove ancora, infatti, pensare alle sincere manifestazioni di solidarietà che tutti i medici dell’ospedale di Ponderano, in uno con il personale infermieristico, socio-sanitario e amministrativo, hanno espresso a più riprese – anche pubblicamente – nel corso dello svilupparsi degli eventi). Con questo, ovviamente, non intendo dire di essere infallibile, e se verrà accertato un qualche mio errore sono pronto a risponderne. Ciò di cui sono invece certo e su cui non accetto neanche la minima contestazione, è che io ed i bravi e laboriosi medici del mio reparto abbiamo lavorato in coscienza e senza eccezioni per tutti i malati – nessuno escluso – con un unico obiettivo: alleviarne le sofferenze e rimandarli a casa al più presto in condizioni migliori di quelle nelle quali hanno fatto ingresso in Ospedale. Ed è per ciò che mi duole vedere sui giornali comparire richiami anche alle considerazioni dei congiunti dei pazienti, quando a questi io personalmente ed i miei medici abbiamo spiegato e possiamo ancor meglio adeguatamente spiegare le ragioni delle scelte terapeutiche e l’andamento del caso clinico, senza nulla travisare o nascondere. Ho poi letto sui giornali cenni su pretese disparità tra le presenze in sala e le risultanze nei registri operatori. Anche riguardo a ciò, la realtà da conoscere è molto più complessa: su questo argomento emergeranno verità e consistenza dei fatti, ed anche soprattutto l’intenzione che ha animato i soggetti coinvolti: gli interventi sono stati fatti ricorrendo a tutte le risorse presenti e disponibili, secondo criteri di capacità e con il solo scopo di effettuare atti chirurgici celeri, validi, finalizzati alla guarigione del malato. Dunque, anche a questo riguardo sono più che sicuro di aver operato nell’interesse esclusivo degli utenti.

Con riguardo alle affermazioni per le quali io avrei sottoposto ad intervento anziani affetti da tumore alla prostata che nessun altro chirurgo avrebbe operato, occorre premettere innanzitutto che l’età media dei residenti nella provincia di Biella è fra le più alte d’Italia, quindi è ben possibile che il paziente si trovi in buone condizioni generali tali da far ritenere utile l’atto chirurgico. In ogni caso, la percentuale di degenti anziani (dai 75 anni in su) sottoposti ad intervento per tumore prostatico era prima del mio arrivo del 21,4%, mentre nei miei primi due anni di direzione la percentuale è scesa rispettivamente al 9,5% e al 6.6% (dati anni 2015, 2016 e 2017).
In merito alle considerazioni sul clima di reparto, nel corso del processo emergeranno le ragioni che hanno reso difficile per un certo periodo l’ambiente di lavoro; basterà poi conoscere i contenuti di un’indagine aziendale in merito, che risulta molto chiara ed è stata resa pubblica a tutti medici nel 2018.

Ancora un’osservazione. È sotto gli occhi di tutti come la vicenda suscitata dall’anonimo esponente abbia parallelamente scatenato un dibattito sul piano politico (reso ancor più interessante dall’approssimarsi delle scadenze elettorali). È appena il caso di dire che è questo un livello che non mi appartiene, al quale sono e voglio rimanere estraneo. Ciononostante, una cosa mi duole: affermazioni e polemiche si svolgono – per il momento – senza quelle valutazioni che solo la conoscenza completa degli atti e la loro analisi nel corso di un procedimento svolto dall’Autorità Giudiziaria dovrebbe consentire. Se l’approccio avviene su conoscenze e analisi non ancora complete, è destinato ad essere superficiale, e non può descrivere la realtà in modo accettabile.

Dal canto mio, dunque, l’unica sede alla quale mi rivolgo con fiducia e dalla quale auspico il pieno riconoscimento della verità è quella del giudizio; tutto il resto lo lascio a chi si occupa professionalmente di altri argomenti. Per quanto riguarda le affermazioni che ho percepito come lesive della mia reputazione perché incomplete, inesatte, fuorvianti, i miei avvocati hanno già provveduto ad inviare richieste di danno, ed altre ne faranno seguire presto. In questo momento, però, tengo più di tutto a ribadire con forza che ogni malriposto clamore – specie quando la valutazione dell’accaduto non è ancora avvenuta – può nuocere alla credibilità di una struttura che è stata edificata con impegno e serietà e nella quale lavorano decine e decine di persone preparate, capaci, oneste e rispettabili. Alcune situazioni fanno riflettere: abbiamo notato nell’ultimo anno una certa diffidenza dei cittadini biellesi, che ha portato alla riduzione dell’attività del reparto di oltre il 10% nel 2018, a favore di altre ASL limitrofe o di soggetti privati; il pregiudizio verso il nostro Ospedale che, ricordiamoci, è la più importante azienda del Biellese, è purtroppo il risultato ottenuto. Non va dimenticato che il reparto di Urologia di Biella è considerato unanimemente a livello nazionale uno dei centri urologici di eccellenza per l’elevata qualità e modernità delle cure fornite, come testimonia il recente invito a partecipare da parte della Società Italiana di
Urologia, giunto al nostro reparto, al più importante convegno italiano di Chirurgia in diretta: la SIULIVE, che si terrà a Roma il 28 e 29 marzo, con dimostrazione in diretta streaming delle più moderne procedure chirurgiche oggi disponibili ad oltre 2400 urologi presenti al congresso o collegati. Si pensi che siamo stati selezionati fra 30 tra i più importanti centri urologici italiani, europei ed americani. I pazienti biellesi meritano un presidio ospedaliero moderno, che si sta distinguendo – in tutte le sue strutture – per l’alto livello delle prestazioni. Il nuovo Ospedale di Ponderano (e basta leggere i giornali per rendersi conto che non sono solo io a sostenerlo) è una realtà nuova, bella, piena di idee che confida in professionalità preparate, giovani, entusiaste. Una tale realtà non può vivere con la paura di essere tenuta sotto minaccia da chi spedisce lettere anonime. Tutto ciò è inquietante! Voglio comunque concludere con una nota di speranza: sono sicuro che l’individuo o gli individui che si nascondono e per ragioni inconfessabili colpiscono dall’ombra non riusciranno a far naufragare un così bel progetto, per la cui realizzazione tanti operatori della Sanità hanno lottato, e continuano ogni giorno a lavorare.
Stefano Zaramella

Un Commento

  • tizio ha detto:

    okay, quindi il problema è il corvo che fa le lettere anonime…. male non fare paura non avere…. ma anche il medico legale SUPER PARTES che spiega perfettamente cosa è successo fa parte del complotto? e il pm che negli atti dice che qualcuno ancora non interiorizza quello che è stato, tanto da ridurre il tutto a gelosie tra colleghi, quando qua si parla di una milza tolta per sbaglio, in un intervento che non doveva nemmeno essere svolto

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