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La Bessa, la miniera d’oro dell’Impero Romano
Pochi ne parlano: 750 ettari di cumuli di ciotoli alti fino a 10 metri
La Bessa, la miniera d’oro dell’Impero Romano.
A pochi chilometri da Biella c’è un paesaggio che non assomiglia all’Italia. Non assomiglia a niente di conosciuto. 750 ettari di cumuli di ciottoli, alti fino a 10 metri, disposti in file silenziose per 8 chilometri. Nessun albero quando li hanno costruiti. Nessun segno umano, solo quella geometria strana, ripetuta all’infinito.
La Bessa, la miniera d’oro dell’Impero Romano
Si chiama la Bessa. E no, non è un fenomeno naturale.
Siamo tra Borriana, Cerrione, Mongrando e Zubiena. Qui, tra il II e il I secolo a.C., i Romani montarono la più grande operazione di estrazione aurifera dell’età repubblicana in Europa. Durò circa un secolo. Coinvolse migliaia di lavoratori. Fu gestita da pubblicani – imprenditori privati sotto contratto con Roma – e sorvegliata da un funzionario imperiale, il Procurator metallorum.
Il metodo era brutale nella sua semplicità. Si lavavano i ciottoli alluvionali del Anfiteatro Morenico d’Ivrea, depositati dai ghiacciai valdostani in un milione di anni, per separare le pepite d’oro. Ogni ciottolo lavato veniva buttato. Uno per uno. Per un secolo.
Quello che si vede oggi – quelle montagne di sassi – non è un cantiere, non è un sito archeologico nel senso classico. Sono gli scarti. Il materiale di scarto di un’industria durata cento anni.
Nella leggenda
Plinio il Vecchio e Strabone la citarono nelle loro opere. All’epoca era già leggendaria. Nel 1997, durante scavi nell’area, è emersa una stele unica che descriveva nel dettaglio il sistema di coltivazione della miniera. Un documento senza paralleli nel mondo romano.
Nel 1985 la Regione Piemonte l’ha trasformata in Riserva Naturale Speciale. Oggi ci crescono licheni, muschi, vegetazione spontanea. Gli stessi cumuli che sembravano una cicatrice permanente si sono ricoperti di vita.
I Romani non ci hanno lasciato solo il Colosseo e gli acquedotti. Ci hanno lasciato anche questo: 750 ettari di sassi scartati, il cantiere più grande che abbiano mai abbandonato. E nessuno ne parla.
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