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Il pannello solare con il passaporto
Tante polemiche per il progetto che dovrebbe prendere vita a Cavaglià
Il pannello solare con il passaporto. A Cavaglià, in provincia di Biella, la terra ha già dato parecchio. Prima le cave di ghiaia e sabbia portate dalla Dora Baltea, poi le discariche, poi i primi impianti fotovoltaici. Chi ci abita parla di “terra sacrificata” e non è difficile capire perché. Così, quando lo scorso ottobre la Provincia ha reso noti i dettagli di un nuovo impianto agrivoltaico, qualcuno ha storto il naso.
Stavolta, accanto alle solite ragioni, ne è comparsa un’altra: il passaporto di chi presentava il progetto.
Il pannello solare con il passaporto
Il progetto riguarda 117 ettari a ovest della strada provinciale 322. Prevede un investimento di 29 milioni di euro, 3.200 strutture per i pannelli e la risemina dei campi, perché sotto e tra le file torni a crescere vegetazione. A presentarlo è stata la filiale italiana di Econergy, sviluppatore di energia rinnovabile fondato a Kfar Saba, in Israele, e quotato alla Borsa di Tel Aviv.
Le obiezioni del circolo ambientalista Pro Natura Tavo Burat sono di due tipi. Una è seria e merita rispetto. La transizione energetica, dicono, è stata affidata ai grandi gruppi, che preferiscono i campi a tetti, parcheggi e spazi intorno ai capannoni. Si può non essere d’accordo, ma è un argomento che riguarda il territorio. La seconda obiezione è di natura diversa. Nelle osservazioni inviate alla Provincia di Biella a fine novembre si chiedeva di considerare “la criticità” di un progetto legato a un investitore con sede legale in Israele.
Qui il discorso cambia, perché un impianto si valuta per quanto produce e per come tratta il suolo, e la nazionalità dei soci non entra in nessuna di queste voci.
Lo stesso presidente del circolo, Daniele Gamba, lo dice chiaro: «Non contestiamo le energie rinnovabili». E i Biellesi per la Palestina, che pure hanno avviato una campagna d’informazione, ammettono che per ora non sono in programma presidi o manifestazioni. Anche perché si tratta di un territorio a bassissima densità abitativa. Il fronte del no è piccolo, eppure il principio che porta con sé pesa parecchio.
Chi costruisce gli impianti
Vale la pena guardare da vicino i parchi che Econergy ha già messo in funzione. La società possiede e gestisce sei parchi solari tra Piemonte e Sicilia, per circa 20 megawatt complessivi, con pannelli bifacciali e inseguitori solari. In cantiere, o meglio in progetto, c’è molto di più: 135 iniziative fotovoltaiche per circa 2,1 gigawatt, più i primi sistemi di accumulo. Sono numeri da operatore industriale, che si misurano in anni di autorizzazioni, allacci alla rete e cantieri, ben lontani dall’immagine di un investitore di passaggio. All’epoca la società contava di aprire entro la fine del 2024 il cantiere di un impianto da circa 100 megawatt. In Europa, tra Regno Unito, Romania e ora Italia, ha installato quasi mezzo gigawatt.
A costruirli non sono state squadre arrivate da Tel Aviv. I lavori di ingegneria, costruzione e manutenzione di sette progetti, sei in Sicilia per 6 MWp e uno in Piemonte da 11 MWp, sono stati affidati a Intec Energy Solutions e Chint Solar. Intec, per l’occasione, ha aperto il suo primo ufficio italiano a Piediripa, in provincia di Macerata. Fino ad allora la società tedesca aveva lavorato soprattutto in Francia, in Germania e nei Paesi Bassi.
Un altro dato arriva proprio dall’inchiesta di Internazionale: la filiale italiana conta 43 dipendenti, tutti italiani, e a settembre UniCredit le ha concesso un finanziamento da 58 milioni. Per un gruppo straniero, è difficile immaginare un radicamento più locale di così.
L’energia non ha bandiera
L’Italia ha fatto parecchia strada. Nel primo semestre del 2024 la produzione elettrica da fonti rinnovabili ha superato per la prima volta quella da fonti fossil. Il cammino resta lungo e servono molti altri impianti. A finanziarli, in un mercato aperto, può essere un fondo americano o un gruppo israeliano, oppure nessuno, se ogni progetto finisce sotto processo per chi lo firma.
Si parla di altri gruppi israeliani attivi in Puglia, Basilicata, Molise, Toscana, Sicilia e Sardegna, e dei loro legami, secondo le ong citate, con attività nei territori occupati. Su questo ognuno ha le sue opinioni, ma, a parte le prime proteste in Piemonte, gli investimenti israeliani nelle rinnovabili italiane non hanno suscitato contestazioni.
Il rischio, semmai, è spostare la discussione dai megawatt ai passaporti. Un impianto agrivoltaico che lascia coltivare il campo e manda corrente pulita in rete produce gli stessi chilowattora qualunque sia la sede dell’azionista. E la bolletta di chi li consuma non cambia di un centesimo.
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