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“Il garante dei detenuti? Dovrebbe essere esperto, competente, autonomo e indipendente”
Dopo le polemiche sulla scelta fatta dal consiglio comunale di Biella, l’intervista a Bruno Mellano, storico attivista del Partito Radicale, nonché primo garante dei detenuti della Regione Piemonte
“La scelta migliore, viste anche le difficoltà degli ultimi due anni, sarebbe stata quella di individuare una persona esperta e competente per aiutarla in quello che è, a tutti gli effetti, un ruolo delicato e complicato. Certo, se partiva da qualcuno che avesse già conoscenza diretta della realtà del carcere, sarebbe stato molto più facile. Anche per il prescelto! Comunque, per il ruolo, serve in primis assicurare autonomia, indipendenza e capacità di costruire reti”.
A parlare, a pochi giorni dal consiglio comunale che ha nominato il nuovo garante dei diritti delle persone private della libertà, è l’ex consigliere regionale del Partito Radicale Bruno Mellano, uno che la materia la conosce parecchio. Non solo il cuneese Mellano è stato il primo garante regionale, dal 2014 al 2025, ma è stato anche e soprattutto tra i primi a battersi affinché nascesse questa figura.
“Mi occupo di carcere praticamente fin da bambino – racconta -. Mi sono avvicinato alla politica e al Partito Radicale con il caso Tortora, nel 1983. Avevo 17 anni. Appena possibile, una volta compiuti 18 anni, ho iniziato ad accompagnare gli esponenti del partito nelle visite in carcere”.
Divenuto consigliere regionale nel 2000, si è battuto per ottenere una legge che istituisse la figura del garante regionale anche in Piemonte. Oggi è stato istituito praticamente in tutta Italia, ad eccezione della provincia autonoma di Bolzano”.
Onorevole Mellano, partiamo dalle basi, dato che fuori dal carcere se ne sa poco: cosa fa, come funziona e perché è così importante la figura del garante?
Innanzitutto bisogna intendersi su cosa sono i garanti. Non sono i “garanti del carcere” in generale, sono i garanti dei diritti di tutte le persone sottoposte a misure restrittive della libertà. Potenzialmente, ad esempio, anche di chi è sottoposto a Tso, se indicato nella delibera del Comune. Ovviamente il più delle volte si parla di persone ristrette, che nella stragrande maggioranza dei casi nel momento in cui vengono condannate perdono in un colpo solo famiglia, casa, lavoro… talvolta non hanno più nemmeno l’avvocato. Per queste persone diventa difficile ricostruire reti utili per il reinserimento. Qualcuno potrebbe pensare che sia poco importante, ma sbaglia, perché presto o tardi la pena arriva a conclusione e la persona torna in libertà, a maggior ragione è interesse di tutti ed è indispensabile che il tempo della detenzione venga usato bene.
Concretamente il garante ha due poteri veri d’intervento. Il primo consiste nella possibilità di effettuare visite ispettive senza nessuna autorizzazione preventiva, su tutte le strutture e gli ambienti, senza alcun limite di autorizzazione o permessi, se non quello di essere accompagnato dal direttore o da un suo delegato. Il secondo, invece, si articola nei colloqui riservati personali con persone che hanno chiesto di parlare o che sono state segnalate dal personale, dai familiari o dagli stessi agenti o di cui abbia avuto notizia.
Questi due poteri fanno del garante obiettivamente un osservatore e un protagonista unico nel mondo dell’amministrazione penitenziaria, non essendo un “pezzo” del meccanismo. E questa è la vera garanzia. Un garante funziona se riesce a trasmettere agli interlocutori – in primo luogo detenuti, ma anche medici, agenti, educatori… – il fatto di essere una persona in grado di interloquire, parlare, capire, fare sintesi. Il compito non è dire che sono tutti innocenti o tutti maltrattati, il ruolo richiede la capacità di saper soppesare le situazioni, ascoltare, valutare ed essere empatici. Per questo è decisivo essere autonomi e indipendenti, anche dall’amministrazione che ti ha nominato. Se la persona che hai di fronte pensa che sei un pezzo del sistema che l’ha portato in carcere e che lo tiene lì dentro, spesso e volentieri non ti dirà tutto o cercherà di mettere il racconto nel modo che può sembrargli più funzionale a ottenere un permesso o un vantaggio. Un garante funziona nel momento in cui ha forza di dire, ad esempio, “caro assessore alla sanità le cose non funzionano, ed è responsabilita della Regione non del carcere”, anche se l’assessore è espressione della maggioranza che lo ha nominato.
A proposito di sanità, anche i rapporti con le realtà esterne al carcere sono importanti?
Uno dei nodi fondamentali è proprio il rapporto tra detenuto e servizi territoriali. Il garante interagisce con il Comune, con i consorzi dei servizi sociali, con il mondo del volontariato, della scuola, della formazione… Sono tutti elementi importanti e il garante deve avere forza, autonomia e capacità di interloquire e ottenere attenzione. Ovviamente si fa sempre quello che si può e in molti casi si fanno i salti mortali per ottenere poco. Il 2025 è stato l’anniversario dell’ordinamento penitenziario del 1975, che prevede una cosa molto chiara: la gestione del carcere in quanto a sicurezza e organizzazione è in capo all’amministrazione penitenziaria, ma tutti i servizi più legati al recupero, al reinserimento e al trattamento sono sempre servizi che coinvolgono altre istituzioni: scuola, regione, comuni… Il modello è una gestione che deve garantire la vita dentro al carcere in sicurezza, ma anche il “protagonismo” del mondo esterno, che è decisivo affinché un carcere funzioni, come Costituzione comanda!. Purtroppo spesso questo non avviene e il risultato è che il nostro sistema, a livello europeo, è tra i più costosi e fallimentari: basti pensare che abbiamo circa il 70% di recidiva.
E la situazione del carcere di Biella?
Vale il discorso generale, anche se un carcere come quello di Biella ha enormi potenzialità, già a partire dalla struttura, che già negli anni Ottanta prevedeva spazi significativi per il verde e il terreno coltivabile. Poi ci sono la sartoria industriale, il tenimento agricolo e una rete di volontariato che sono un unicum in tutta la regione e una risorsa preziosissima in primis per chi ci deve lavorare dentro.
Ci sono potenzialità davvero significative. E anche su questo il garante ha un suo ruolo, deve andare a toccare con mano le varie realtà, creare reti, eventualmente sollecitare…
Sembra una bella grana in realtà…
Sicuramente è un incarico pesante e difficile, però è anche un ruolo di grande interesse e fecondità per il territorio. Bisogna partire dall’idea di vedere il carcere come un quartiere della città. Per molti aspetti può essere una risorsa per la comunità tutta, ci sono i cantieri di lavoro pagati dalla Regione che i comuni possono utilizzare, ci sono i lavori di pubblica utilità… Quando vai a vedere, scopri che in carcere ci sono capacità e competenze più ampie di quel che si creda. Da questo punto di vista, la sartoria industriale è stata davvero una grande intuizione del capo del Dap dell’epoca: perché comprare le divise, se possiamo produrle spendendo anche meno? Progetti simili sono stati fatti anche per le camicie con Brunello Cucinelli, per le cravatte di Marinella, per le scarpe del comparto di Pescara… Ma l’intuizione poi deve essere tradotta anche in una chiave di lavoro vero e significativo. Se hai un laboratorio che potenzialmente può far lavorare 150 persone su più turni, non devi accontentarti di farne lavorare 50. Nonostante la già notevole “potenza di fuoco” di Biella, si può sempre crescere. Non solo nel numeri dei detenuti!
Tornando al punto di partenza: a Biella è stato nominato il nuovo garante, Giuseppe Distefano, candidato gradito all’attuale maggioranza di centrodestra. Nei giorni scorsi ci sono state polemiche, secondo l’opposizione non avrebbe le competenze necessarie. Cosa ne pensa?
Ho visto i nomi dei candidati e lui personalmente non lo conosco, quindi non posso esprimermi nello specifico. Posso dire, più in generale, che obiettivamente anche questa volta a Biella c’erano candidate persone di grande competenza, anche di livello nazionale, che hanno già fatto un lavoro significativo in carcere.
Come ho già detto, se parti da qualcuno che conosce bene il carcere, è più facile lavorare bene. E intendo dire da qualcuno che ha esperienza certificata, più che un titolo di studio. Abbiamo avuto garanti bravissimi che arrivavano dal mondo del volontariato e conoscevano benissimo il carcere e le sue dinamiche pur non essendo laureati. Bisogna essere consapevoli della realtà che si va ad affrontare e avere una visione chiara: si sta lì davvero per dare voce e opportunità a chi rischia di essere ultimo tra gli ultimi. Nè più e nè meno! E non è una cosa semplice. Una cosa classica che deve fare il garante è provare a intercettare proprio quelle persone che, siccome magari non protestano e non “rompono”, rischiano di finire in un cono d’ombra. Quella persona che magari un giorno ti svegli e scopri che si è suicidata e poi ti stupisci: “Non aveva dato segnali…”.
Se il garante fa bene il suo lavoro, ne beneficia anche chi in carcere ci lavora. Lo sa benissimo proprio Biella perché, ad esempio, i due mandati di Sonia Caronni sono stati davvero significativi. Il suo ruolo è stato riconosciuto come preziosissimo dai vari direttori che si sono succeduti. Come in tutti i campi, la differenza la fanno sempre le persone.
Chiudiamo uscendo da Biella e allargando lo sguardo alla regione. Com’è la situazione?
La situazione è quella in cui spesso non si capisce perché vengano prese certe decisioni. Penso ad Alessandria, dove si è deciso di trasformare l’intera Casa di Reclusione San Michele in Istituto dedicato esclusivamente al regime ex art. 41 bis, il carcere senza speranza! Al di là del fatto che ovviamente è una scelta politica legittima, sarebbe stato doveroso discutere con il territorio. Cuneo e Novara avevano appena ristrutturato le sezioni del 41 bis e adesso gliele chiudono, per creare in un carcere che aveva tutta una serie di aspetti d’eccellenza che a loro volta saranno chiusi, un concentrato di 41 bis. L’Italia è quel Paese in cui ci vogliono dieci anni per cambiare dei tubi al carcere di Alba, ma poi in tre mesi trasformi una casa di reclusione in un carcere super blindato. Una delle prime cose che chiuderanno saranno, ad esempio, la panetteria e il laboratorio di pasticceria, laboratorio grazie al quale il responsabile di Fuga di Sapori è stato insignito della medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica…
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Sandrone
28 Febbraio 2026 at 12:24
La vita nelle carceri italiane è fin troppo facile e tenera. Occorre inasprire il trattamento per assassini, mafiosi, stupratori, spacciatori. No a qualsiasi forma di recupero per questi soggetti ed ergastolo a vita di default, con lavori forzati.