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Francesco Pogni: “Ecco perché lascio il Walhalla. Non è la fine, ma un nuovo inizio”
In una lunga intervista, il barman racconta perché dopo quasi vent’anni ha deciso di cambiare vita, tra ricordi, aneddoti e nuovi progetti
«Ciao Teo, sono Fra del Walhalla. Hai tempo per un caffè? Vorrei parlarti di un progetto».
Quando Francesco Pogni parla di nuovi progetti, di solito è qualcosa di giornalisticamente interessante, quindi la risposta è ovviamente affermativa, ma davanti al caffè – che poi è diventato una birra – arriva la sorpresa: «Ho venduto il Walhalla».
Ci vuole un attimo per metabolizzare, soprattutto per chi all’alba dei 40 anni il locale all’angolo tra via Galilei e via Repubblica lo ha visto nascere, crescere e diventare un punto di riferimento per gli amanti della notte.
«Lo comunicheremo sui social giovedì (quello appena passato, ndr), te lo dico in anticipo perché ci tengo che si capisca che non è una chiusura, ma un passaggio di consegne. Non è una cosa negativa, è una bella notizia: lo hanno acquistato Martino Minetto e Marco Russo, i due ragazzi che lavorano con me da anni. Il locale continua a vivere, semplicemente saranno loro a portare avanti quello che per vent’anni è stato il mio sogno e che anche loro hanno vissuto davvero. Adesso sarà il loro sogno».
A quel punto, però, la chiacchierata non può che evolversi in un’intervista. E “il Fra” del Walhalla accetta di buon grado.
Ok, partiamo dall’inizio… Cosa sta succedendo?
Succede che scelgo di lasciare e sono felice – e fortunato – perché posso lasciare nelle mani sicure dei miei “ragazzi”, che sono giovani, ma già molto esperti e preparati. Lo faccio in un momento in cui sono ancora molto appassionato del mio lavoro, quindi non è stato facile, ma ho capito che era la decisione giusta. Quindi dal 26 gennaio il timone passa a Marco e Tino. Martino è il più giovane, ha 23 anni. Nonostante lavorasse già nel settore cocktail bar, qualche anno fa ha scelto il Walhalla pur dovendo ripartire da zero, da lavabicchieri. Ha fatto la “gavetta”, è cresciuto e ha dimostrato di avere la fame giusta per fare bene questo lavoro e diventare un ottimo barman. Marco invece ha 31 anni e una lunga esperienza di stagioni alle spalle. Ha lavorato ovunque poi ha scelto di mettere radici al Walhalla. Per lavorare con noi a Biella, quattro anni fa si è trasferito da Novi Ligure. Conoscono la clientela e il locale e hanno il giusto mix di energia ed esperienza.
Riavvolgendo un attimo il nastro, come nasce la volontà di passare la mano?
Ho iniziato a pensarci dopo aver festeggiato i 18 anni del Walhalla, il 13 settembre del 2024. Ho capito che avrei potuto fare anche altro, che il mio traguardo l’avevo raggiunto. Ho realizzato che il locale era diventato “grande”. E nel frattempo ero diventato grande anch’io. Ad aprile compirò 41 anni e anche il mio corpo ha iniziato a farmi intendere che è ora di “rallentare” un po’… e magari di godersi un po’ di più quello che si è costruito. Non voglio rischiare di diventare il barman che sembra quasi infastidito quando entri nel suo locale. Preferisco smettere prima, anche se è ancora presto. Lo faccio ora che ho ancora un sorriso sincero per ogni cliente, ogni ospite. Fino a qualche tempo fa l’avrei visto come un fallimento, ora lo vedo come una sorta d’atto d’amore verso di me e verso la mia “creatura”, che per me non è mai stato soltanto un locale. È giusto così perché, come dico nel video, il Walhalla non sono io, il Walhalla siamo tutti quanti noi. Il Walhalla sono quelle quattro mura, ma soprattutto quello che si è creato al loro interno.
Quindi è anche una questione anagrafica?
I fattori dietro questa decisione sono diversi, ma è un fatto che la mia clientela stia diventando sempre più giovane rispetto a me (ride, ndr). C’è uno sketch nella nostra rubrica “Shakerati questo”, su Instagram, in cui chiedo l’età a una ragazza che vuole ordinare, lei risponde “sono del 2007” e io rimango di sasso quando realizzo che effettivamente una 2007 è ormai maggiorenne. Ecco, questa cosa capita sempre più spesso (ride di nuovo).
Però non abbiamo mai visto cartelli “vendesi”…
No, non ne ho mai affissi, perché a Biella abbiamo una pessima mentalità per cui se vendi, significa per forza che stai andando male. Fortunatamente non è così, anzi, devo dire che non è mai andata così bene come negli ultimi tre anni, tant’è che abbiamo rifatto il locale proprio l’anno scorso, per la terza volta. Semplicemente credo sia arrivato, per me, il momento di uscire fuori di scena, come si vede nel video. Arrivano i ragazzi, io gli do una pacca sulla spalla ed esco dall’inquadratura, perché sono loro i nuovi protagonisti che possono portare avanti quello che è stato il mio più grande sogno. E ne sono ben contento. In questo momento sono loro al centro della scena. È il loro nuovo inizio, come lo è per me e per il locale.
Hai parlato di nuovo inizio… Quale sarà la vita di Francesco Pogni dopo il Walhalla?
Sicuramente mi fermerò un attimo. Prenderò in prestito il camper di mia madre e andrò a fare un viaggio. Ma sto già lavorando ad altre cose. L’obiettivo è aprire una scuola di formazione per barman. Dal 2018 ho l’attestato da formatore dell’Associazione Barman Italiani, ma purtroppo è un’attività alla quale gli impegni del locale mi impedivano di dedicarmi. Negli ultimi tempi ho capito che mi piace insegnare e credo di essere portato. La conferma è arrivata quando ho partecipato al progetto “Chi non si forma si ferma” dell’Istituto Alberghiero, invitato dagli amici e insegnanti Annika Garutti e Davide Stanca. Avevo preparato pagine e pagine di appunti per parlare ai ragazzi per quattro ore, ma alla non li ho mai nemmeno guardati. Mi viene spontaneo parlare e insegnare quello che so, lì ho capito che può essere la strada giusta. Ora ci sono già altre collaborazioni di questo tipo in corso. Poi continuerò a dedicarmi a matrimoni e ad eventi per le associazioni, occupandomi dell’openbar, perché sono ancora innamorato di questo lavoro. Ovviamente nulla che faccia concorrenza ai ragazzi, che proseguiranno anche l’esperienza del Walhalla in Tour.
Ma continuerai a fare eventi con loro?
Se e quando ce ne sarà l’occasione, collaborerò volentieri, ma il mio primo dovere è lasciargli spazio. È anche una questione di rispetto. In questi mesi gli ho dato consigli e sarò sempre disponibile, ma è giusto che camminino sulle loro gambe, anche facendo i loro errori, come facciamo tutti. Non li lascio soli, ma questa è la loro avventura.
Non ti preoccupa la nostalgia?
No, perché sono già nostalgico ancora prima di finire. È normale. In quel locale ho messo tutti i miei sacrifici. Non ho potuto finire l’Alberghiero a causa di problemi di salute in famiglia, dai 15 ai 21 anni sono andato a lavorare per mettere da parte i soldi inseguendo il sogno di aprire una mia attività. Il Walhalla è sempre stato il mio sogno.
Visto che siamo in tema amarcord. Come sono stati gli inizi?
Difficili. Ho aperto un locale a Biella essendo un perfetto sconosciuto, perché arrivavo da Trivero e Valle Mosso. In più ho aperto nel quartiere Riva davanti a colleghi che già allora erano molto più in vista di me… Però c’ho sempre creduto e sono stato premiato. Anche durante il Covid, quando non potendo aprire la sera ci siamo inventati Radio Walhalla e abbiamo messo il baracchino davanti alle porte… O quando ci siamo messi a fare cesti di Natale non potendo fare altro.
E la città ha sempre risposto positivamente?

Sì. Qui ho comprato casa e aperto le mie attività. E sempre qui aprirò il centro di formazione. Perché credo fermamente in questo territorio e voglio invogliare le persone a venire qui, anche da Ivrea, Vercelli e Novara. Il potenziale c’è, a partire dal fatto che la vita costa meno. Ne sono talmente convinto, che tra i progetti c’è anche quello di dar vita a una società immobiliare per acquistare e realizzare appartamenti. Sono sicuro che con lo sviluppo di Città Studi arriveranno anche tanti giovani. Io ci credo e voglio investire su questo territorio. E non è solo una questione di profitti, è questione di provare a fare cose belle in cui crediamo.
A proposito del centro di formazione, puoi anticipare qualcosa?
Posso dire che voglio essere un formatore che insegna ai ragazzi innanzitutto ad essere accoglienti, ospitali e positivi. Chi esce, a Biella, spesso non lo fa solo per divertirsi, ma anche per “buttare fuori” tristezza e pensieri. Chi sta dietro al bancone deve essere empatico. Un giorno al locale è entrata una persona, fortunatamente era una serata tranquilla e ho avuto la possibilità di parlarci. Tempo dopo è tornata e mi ha ringraziato e fatto un regalo, confessando che quella sera stava pensando di togliersi la vita. Quella chiacchierata, probabilmente, gli aveva dato un po’ di conforto in un momento difficile e delicato. Anche questo è il nostro lavoro ed è quello che voglio insegnare ai ragazzi. Questo mestiere non è servire un caffè, tutti sanno fare un caffè. L’accoglienza è la chiave di tutto, soprattutto in anni in cui le persone sono sempre più arrabbiate e aggressive. Perché, parliamoci chiaro, la notte non c’è solo “gente bella”, ma il tuo modo di essere integro, rispettoso, educato annienta il 90% dei problemi. Se uno è aggressivo e lo aggredisci a tua volta, può finire solo male.
E invece i giovani? È vero che hanno meno voglia di uscire o è una leggenda metropolitana?
I ragazzi hanno voglia di uscire, magari hanno meno denaro a disposizione e quindi lo fanno un po’ meno di quanto facesse la nostra generazione. Ma il locale negli ultimi anni ha avuto un boom di clienti molto giovani. Quest’anno abbiamo avuto addirittura un ottimo novembre, che di solito è un mese di magra. Credo che la differenza la faccia sempre il servizio che dai. Se sai accogliere e creare sempre dei contenuti, allora le persone vengono. Se la proposta non varia mai, è più dura. Gestire un locale oggi non è più come una volta, non basta tirar su la saracinesca. Bisogna credere nel locale e offrire sempre qualcosa di nuovo per invogliare le persone a uscire e divertirsi, per aiutarle a socializzare. In generale nel 2026 i competitor non sono gli altri locali, ma le serie televisive e il cellulare… Di recente, per salutarci, abbiamo organizzato una serata “vecchi tempi” ed è venuto Maxxuel dj (Emanuele Beltrame) a suonare, chiamando tutti i “vecchi” avventori. È stata una serata bellissima, tutti ballavano, i nostri quarantenni ballavano e anche i più giovani, vedendo loro, si sono messi a ballare. Perché i ragazzi in generale non ballano più, non si divertono. E credo che un po’ dipenda proprio dai telefonini, che ti distraggono e non ti fanno vivere appieno il momento e l’emozione. Quando vedi che non toccano i cellulari, è la vittoria più grande. Ed è sempre più difficile.
Per queste ultime serate prima del passaggio di consegne, avete qualcosa di particolare in mente?
Sì, saranno l’occasione per me di salutare, e per Marco e Martino di iniziare la loro nuova avventura. Venerdì 23 avremo dj Charlot, una producer che collabora spesso a Milano e che dividerà la consolle con dj Simo Liuni. È una serata house che abbiamo chiamato “Milf e Muffin”. Sabato ci saranno gli After 11 con gli amici Maurino Dell’Acqua, Giorgio Ranghino, Alessio Fiorese, Riccardo Regis e insieme al nostro storico dj Maiz. Domenica spazio al romanticismo con le Schegge Sparse. Saranno tre giorni molto importanti, so già che mi emozionerò. Ma ormai è da tanto che ci penso e mi preparo, sono pronto e so che è la scelta giusta. Una scelta che porterà il Walhalla ad andare avanti ancora tanti anni. Marco e Martino sono bravissimi, oltre che due amici, e faranno un gran lavoro.
Un’ultima domanda: cosa auguri a “Tino e Marco del Walhalla”?
Gli auguro di vivere il loro sogno in quel locale, come io ho potuto vivere il mio. Gli auguro la stessa emozione, la passione e l’amore. Gli darà grandi soddisfazioni e loro ne daranno a noi.
E mentre cala un sipario e se ne alza un altro, risuonano le parole della canzone “A place that feels like home”, un brano di Bigo, cantautore biellese che da alcuni anni vive in Calabria. Gli ultimi versi sono dedicati proprio al locale.
At the corner of the street there’s a “W” on the wall.
For many it’s just a pub, but to me it feels like home.
All’angolo della strada c’è una “W” sul muro.
Per molti è solo un pub, ma per me è come casa.
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