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E il consiglio comunale che fa?

Gli sbiellati - di Lele Ghisio

E il consiglio comunale che fa?

In questa città sottovuoto si fatica a respirare: manca l’aria alle famiglie a cui un dolore ha tolto il fiato; hanno il respiro in affanno i medici e gli infermieri costretti a dare il meglio di sé, chiusi dentro alla quotidianità frustrante di quel focolaio che è l’ospedale; mostrano il fiato corto tutti quelli il cui lavoro si è interrotto, senza sapere se e quando verranno tempi migliori.

Intanto ci si inventa una routine tra quattro mura e una passeggiata col cane, nel migliore dei casi. Nel peggiore s’inasprisce il conflitto e ci si aggrappa ai rancori o alla solitudine, descritti in pochi metri quadri da farsi bastare ansimando.

In tutto questo vuoto pneumatico, messo in scena da un virus invisibile che ci si aggrappa ai polmoni per stringerli forte, ci sembra che anche la città istituzionale stia boccheggiando. Rinviato il Consiglio comunale e ogni sua attività, ci si affida alle scorribande cittadine di un sindaco e del suo vice presi a dar mostra di sé, in preda alla futile e maschia sicumera del risolutore. La coppia mascherata s’aggira per le strade semideserte dando fiato alle trombe di altoparlanti in coppa all’auto, per avvisare e redarguire; rincorre i cittadini inadempienti alla clausura; imperversa in rete attraverso impacciate dirette Facebook e approva, con la sua Giunta, provvedimenti palliativi francamente surreali, anche se male non fanno e mantengono una residua utilità.

In una città a cui manca se stessa e privata dell’ordinario, in cui la fragilità personale si nasconde per forza tra le pareti domestiche, e i luoghi di lavoro si temono come prequel di un incubo, forse sarebbe il caso che l’organismo più istituzionale che c’è, il Consiglio comunale, dimostrasse di poter respirare a pieni polmoni. Perché è lì dentro, che l’intera Città è rappresentata con maggioranze e minoranze pregi e difetti umori e malumori. E potrebbe dare un segnale di continuità amministrativa e sociale che andrebbe ben oltre le sceriffate dei giorni passati.

Nei momenti di emergenza per la comunità, dev’essere la comunità a reagire con comunità d’intenti, tanto per non giocare a nascondino con le parole. Vedere la Città che si parla sarebbe un bel esercizio di conforto. Vedere la Città che affronta unita l’emergenza ed è persino capace di ragionare come si deve l’ordinaria amministrazione sarebbe anche esserne orgogliosi, perché un dopo ci dovrà pur essere. In un momento in cui condividere le informazioni equivale a condividere anche la modalità operativa, nel rispetto delle cariche, ma anche delle idee e delle possibilità di mettere in comune l’energia che abbiamo. Non una coppia mascherata quindi, ma 32 consiglieri che lavorano perché la città abbia un futuro, il meno traumatico possibile. E un presente che sappia assolvere e resistere alle ansie e ai lutti.

Rivolgo l’appello, per quanto queste righe possano contare, anche al presidente del Consiglio comunale che non può limitarsi ad affermare che l’organizzazione di una seduta online “è resa complessa dalla necessità di collegare in videoconferenza ciascun componente del Consiglio, complessivamente 43 collegamenti”, quando la piattaforma messa a disposizione proprio per questo dall’Anci consente un numero massimo di 150 collegamenti in compresenza virtuale. Che il Consiglio comunale non è utile solo alla bisogna burocratica del voto, ma anche alla necessità di dare voce istituzionale alla città, alle sue ansie, alle sue angosce, alle sue possibilità di condivisione.

Sogno un’amministrazione e un Consiglio che ci dicano che stiamo vivendo anche fuori dalle nostre case; che si riunisca, con seduta aperta al pubblico, al Teatro Sociale o al Palasport per mantenere le distanze di sicurezza, per avvicinare la volontà di esserci adesso e poi: un Consiglio comunale che respiri forte per dare fiato alla città.
Lele Ghisio

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