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Dipendenze e salute mentale, la denuncia di una famiglia: «L’Asl coordini i servizi»
«Chiediamo che la mano sinistra sappia cosa fa la destra. E che entrambe lavorino per la stessa persona»
Dipendenze e salute mentale, la denuncia di una famiglia. «Non spetta a noi, deve rivolgersi all’altro servizio». Poi si torna all’altro servizio e la risposta cambia direzione: «Deve parlarne con loro». E così si ricomincia. Si telefona, si spiegano nuovamente le difficoltà, si cerca un appuntamento, si chiede un intervento. Nel frattempo i giorni passano, le condizioni della persona possono peggiorare e la famiglia continua a cercare qualcuno disposto ad assumersi la responsabilità di coordinare le cure».
È questa l’esperienza che una famiglia del Biellese denuncia nel rapporto con i servizi territoriali di salute mentale e dipendenze dell’Asl di Biella.
Dipendenze e salute mentale, la denuncia di una famiglia
«La mano sinistra non sa cosa fa la destra. E nel mezzo c’è una persona che ha bisogno di cure. Due servizi, un unico paziente. Ma chi se ne occupa davvero?».
È uno degli interrogativi sollevati dalla famiglia, che entra ancora più nello specifico. «Quando una persona convive con un disturbo psichiatrico e una dipendenza, non esistono due esseri umani distinti. Non esiste un paziente per il Centro di Salute Mentale e un altro per il Servizio per le Dipendenze. La persona è una sola. La sua sofferenza è una sola, anche quando le problematiche cliniche sono diverse e richiedono competenze specialistiche differenti»
Eppure, nell’esperienza raccontata dalla famiglia, proprio questa suddivisione delle competenze sembra diventare un ostacolo. «Il Csm rimanda al SerD. Il SerD rimanda al Csm – proseguono i familiari, sconsolati -. Ogni nuovo passaggio comporta ulteriori spiegazioni, richieste e attese. Ma una famiglia non dovrebbe essere costretta a fare da collegamento tra strutture che appartengono allo stesso sistema sanitario. Se due servizi devono collaborare, devono avere strumenti e responsabilità per farlo. Non può essere il genitore, già provato dalla situazione, a dover costruire da solo quel coordinamento».
Burocrazia
Il tempo della burocrazia, sottolineano, non coincide con quello della malattia. «Questo è forse l’aspetto più doloroso. Perché mentre si cerca di capire quale servizio debba intervenire, il tempo continua a scorrere. E nella salute mentale il tempo può avere un peso enorme. Ogni rinvio può significare un’occasione mancata per rivalutare le condizioni cliniche, modificare un percorso terapeutico o offrire un sostegno adeguato».
«Non si pretende che ogni situazione possa essere risolta immediatamente. Si pretende però che ci sia qualcuno capace di dire: “Abbiamo compreso il problema. Questi sono i prossimi passi. Questo è il professionista di riferimento”. Una risposta chiara. Un percorso condiviso. Una responsabilità riconoscibile. Non un altro numero di telefono». Da qui nasce una serie di domande sul funzionamento della presa in carico. «Il paradosso: la presa in carico esiste nelle procedure. Ma nella realtà?», si interrogano amareggiati i familiari.
«Se il sistema prevede una presa in carico, perché una famiglia può arrivare a sentirsi senza un referente capace di coordinare gli interventi? Quali procedure vengono applicate nei casi in cui disturbo psichiatrico e dipendenza coesistono? Chi convoca i professionisti coinvolti? Chi verifica che il percorso prosegua e che le segnalazioni della famiglia ricevano una risposta?». Per i familiari, non basta che un protocollo esista: deve tradursi in un’assistenza comprensibile, accessibile e concretamente coordinata. «I genitori non possono essere lasciati a gestire l’impossibile».
Tante domande
La famiglia conclude il proprio sfogo rivolgendosi direttamente alla direzione dell’Asl di Biella. «Questa denuncia non intende accusare indistintamente gli operatori sanitari. Vuole però porre alla Direzione dell’Asl di Biella alcune domande che non possono essere liquidate come una semplice lamentela. Quando Csm e SerD seguono problematiche che riguardano la stessa persona, chi ha il compito di garantire il coordinamento clinico? È previsto un referente unico per i casi complessi? Come viene gestito un eventuale disaccordo tra servizi sulle rispettive competenze? Quali tempi di risposta sono previsti quando una famiglia segnala un peggioramento? E soprattutto, chi si assume la responsabilità di verificare che un paziente non rimanga senza un percorso effettivo mentre viene indirizzato da un servizio all’altro?».
La conclusione è un appello affinché il coordinamento tra i servizi diventi concreto: «Non siamo un numero di pratica. Non siamo un problema da trasferire. Dietro ogni richiesta di aiuto ci sono persone. Ci sono figli che hanno bisogno di cure. Ci sono genitori che continuano a lottare anche quando sono esausti. Ci sono famiglie che non chiedono privilegi, scorciatoie o trattamenti speciali. Chiedono che il diritto alla salute non si perda in un continuo passaggio di responsabilità. Non chiediamo che qualcuno faccia miracoli. Chiediamo che la mano sinistra sappia cosa sta facendo la destra. E che, finalmente, entrambe lavorino per la stessa persona».
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