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“1° Maggio: la propaganda che parla di lavoro senza difenderlo”

Il commento di Francesco Nicolini

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“1° Maggio: la propaganda che parla di lavoro senza difenderlo”.

Il 1° Maggio è diventato il giorno della più grande ipocrisia pubblica sul lavoro, una manifestazione che parla di diritti mentre li usa come strumento politico, che si presenta come voce dei lavoratori ma finisce per rappresentare solo sé stessa. Non è una festa del lavoro: è una messa in scena.

Un copione già scritto, in cui sigle come la CGIL la trasformano una ricorrenza simbolica in una piattaforma di attacco politico, svuotando di significato ciò che dovrebbero difendere. E mentre nelle piazze si alzano i toni, il bersaglio resta sempre lo stesso: il governo guidato da Giorgia Meloni, non per costruire, non per avanzare proposte, ma per alimentare uno scontro continuo che non produce benefici concreti per chi lavora. Questa non è rappresentanza ma è propaganda, continuano a scendere in piazza parlando “a nome dei lavoratori”, ma senza indicare risposte operative, si privilegia il conflitto alla responsabilità, la piazza al confronto, la retorica ai risultati.

Eppure, al netto della narrazione, i fatti restano e raccontano di un’azione concreta sul lavoro, portata avanti con interventi strutturali e continui. Si è intervenuti sul costo del lavoro, rafforzando il taglio del cuneo fiscale e contributivo e traducendolo in più risorse nette per milioni di lavoratori. Parallelamente, si è resa più stabile la riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente sono stati attivati incentivi mirati per favorire le assunzioni a tempo indeterminato, con attenzione a giovani, donne e categorie fragili, è stato superato un modello assistenziale come il reddito di cittadinanza, sostituito da strumenti orientati all’inserimento lavorativo, come l’Assegno di Inclusione e il Supporto per la Formazione e il Lavoro.

“1° Maggio: la propaganda che parla di lavoro senza difenderlo”

Si sono rafforzate le politiche attive, la formazione e i percorsi di riqualificazione professionale, intervenendo anche sul sostegno all’occupazione femminile, alla genitorialità e, allo stesso tempo, sono aumentati controlli e risorse sulla sicurezza e sono stati introdotti strumenti per favorire il rientro nel mercato del lavoro. Sono state sostenute le partite IVA e il lavoro autonomo con semplificazioni e regimi fiscali più sostenibili. Gli investimenti del PNRR hanno generato nuove opportunità occupazionali e rafforzato competenze e infrastrutture. Nel pubblico impiego sono arrivati rinnovi contrattuali con adeguamenti salariali, mentre sono stati intensificati gli interventi contro lavoro irregolare e caporalato. Questa è la differenza tra chi descrive il lavoro e chi interviene sul lavoro. E mentre tutto questo accade, nelle piazze si continua a sventolare la bandiera con falce e martello: un simbolo che non guarda al futuro, ma richiama un passato segnato da repressione e negazione delle libertà, non è una provocazione, è un dato storico e, il fatto che venga ancora esibito con orgoglio, racconta una visione immobile, distante dalle sfide del lavoro contemporaneo.

Nel frattempo, il “Lungimirante” Maurizio Landini continua a ripetere lo stesso schema, come se bastasse alzare il volume per ottenere risultati. Scioperi annunciati (rigorosamente di venerdì), rilanciati, replicati… sempre lo stesso copione, sempre la stessa promessa e sempre lo stesso esito: nessun miglioramento reale per chi lavora. Non è una strategia, è un riflesso automatico. Si occupa lo spazio, si alimenta il conflitto, si cerca visibilità ma i problemi restano dove sono e più lo schema si ripete, più perde forza, perché uno strumento che non produce risultati smette di pesare. Diventa prevedibile, diventa inefficace. E quando diventa inefficace, non danneggia chi lo proclama, danneggia chi dovrebbe tutelare.

Il lavoro non ha bisogno di rituali ripetuti ma ha bisogno di risultati che si vedono, non ha bisogno di contrapposizioni permanenti, ma di responsabilità e chi continua a trasformare il 1° Maggio in una passerella politica ha già mostrato tutto ciò che c’era da mostrare: non rappresenta il lavoro, rappresenta sé stesso. Nessuna lezione da impartire, nessuna superiorità morale da rivendicare. Prima di parlare di diritti, serve rispetto per la realtà, per la democrazia e per chi ogni giorno lavora davvero, senza slogan e senza teatrini. Il resto è rumore che, prima o poi, smette di fare effetto.

Francesco Nicolini Segretario Provinciale Gioventù Nazionale Biella

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