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Dall’Italia all’Ucraina per riprendersi le moto rubate

L’odissea dei titolari di Bike in Black per riportare a casa quattro delle nove Harley

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Prima il furto di nove moto, poi, pochi mesi dopo, la buona notizia: quattro erano state recuperate. Ma c’è voluto un intero anno per riuscire a riportarle a casa. Mentre nei giorni scorsi andava in scena Italia-Ucraina, su un campo da calcio, un’altra “Italia-Ucraina” ha visto coinvolti i titolari di Bike in Black, il negozio che nel luglio del 2017 aveva subito un maxi furto di moto e merce per un valore complessivo di quasi 300mila euro.

Un lungo viaggio per recuperare quattro Harley Davidson

Le quattro Harley Davidson, infatti, si trovavano proprio nel Paese dell’Europa dell’Est, dove sono state recuperate e riportate indietro. Detta così, sembra facile, in realtà è stata una vera e propria odissea. A raccontarla è il protagonista stesso, Giacomo Bielli, cotitolare di Bike in Black insieme a Mauro Fanton, che nei giorni scorsi ha comunicato con un post su Facebook la fine di questa disavventura.
“Grazie a tutti per aver fatto il tifo per noi nella “Missione Ucraina” – ha scritto -. Non è stato facile stare 36 ore in giro, con il rischio di vedere vanificati i nostri sforzi e quelli delle persone che ci hanno aiutato e di perdere così i mezzi per i quali abbiamo impiegato 10 mesi a preparare i documenti giusti per il dissequestro”. Sulla via del ritorno, infatti, quando ormai tutti i problemi sembravano risolti, Bielli ha scoperto che non era così: lui e le moto sono stati bloccati per ore alla frontiera.

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Le quattro Harley Davidson recuperate in Ucraina

La lunga odissea

Questo, però, è soltanto l’ultimo atto. Andiamo con ordine. A ottobre 2017 a Chernivtsi vengono recuperate circa cinquanta moto rubate. Scattano arresti e sequestri in Italia (a Torino) e in Ucraina. A novembre viene comunicato che tra queste ci sono anche quattro delle nove Harley rubate a Valdengo. «Siamo stati avvisati ufficiosamente dalla polizia di Piacenza e dai carabinieri – ricorda Bielli -, ci hanno detto che i telai corrispondevano. Però per iniziare a muoverci avevamo bisogno di una comunicazione ufficiale».

E qui sono iniziate le difficoltà: «Diciamo che mentre con i carabinieri di Biella e Vigliano e con la polizia ucraina ci siamo trovati molto bene, altrettanto non possiamo dire per quanto riguarda l’Interpol italiana. Le settimane passavano e non riuscivamo a sapere nulla, eppure eravamo sicuri che le moto fossero quelle, anche perché erano state inquadrate dalle telecamere durante il servizio andato in onda sul telegiornale di Kiev. Alla fine, esasperati, abbiamo minacciato di rivolgerci ai giornali. Due giorni dopo è arrivata la lettera di conferma dal ministero degli Interni, con le istruzioni su come muoverci».

“Rischiavamo che fossero messe all’asta”

Da quel momento l’imprenditore biellese si è impegnato ancora di più per venirne a capo: «In media – racconta ancora Bielli – per tutto questo tempo alla faccenda ho dovuto dedicare almeno un’ora di lavoro al giorno. Se non fossimo intervenuti in tempo, avremmo rischiato di vederle mettere all’asta. Fortunatamente, dopo la telefonata del consolato italiano, questa ipotesi è stata scongiurata». Sono seguite lunghe settimane di carte bollate, deleghe da parte dei proprietari dei mezzi rubati, traduzioni, atti notarili, visti dei tribunali e passaggi burocratici vari. Fino ad arrivare a ottobre 2018 e al viaggio oltre i confini europei.

L’ottima accoglienza in Ucraina e la disavventura alla frontiera nel viaggio di ritorno

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Il capo della polizia e la responsabile dell’Interpol di Chernivtsi

«Fortunatamente – continua a raccontare – abbiamo trovato persone veramente in gamba nell’Interpol ucraina. La donna che ci ha seguiti in questi mesi è stata sempre disponibilissima, probabilmente ha capito il dramma che stavamo vivendo dopo aver subito un colpo del genere».

Una volta giunti lì, la situazione si è sbloccata ed è arrivato il via libera per il dissequestro delle Harley. Tutto risolto, dunque, almeno fino alla frontiera: «Al confine siamo stati bloccati dalle 16 alle 23 – spiega ancora l’imprenditore – probabilmente perché le quattro moto non erano ancora state depennate dall’elenco dei veicoli rubati. Senza l’interessamento del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Biella e della segreteria del console, che hanno telefonato per sbloccare la situazione, forse non ci saremmo ancora mossi da lì».
Invece verso mezzanotte si sono finalmente rimessi in viaggio. E dopo 2mila chilometri sono arrivati a casa.

“Dobbiamo dire molti grazie. Ora le riconsegneremo più belle di prima”

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Bielli e Alessandro insieme alla responsabile dell’Interpol della cittadina ucraina

«Un caro grazie – si legge nel lungo post pubblicato al ritorno – ad Alessandro, compagno d’avventura con il quale ho condiviso momenti stressanti e altri divertenti, un grazie grandissimo ad Anna Saienko, capo responsabile Interpol a Chernivtsi, che per un anno mi ha indicato le procedure necessarie per portare a casa le moto, al capo della polizia di Chernivtsi che ci ha ricevuto velocemente e assistito, aiutato dal suo vice che ha controllato fino alla fine le nostre operazioni di carico. Grazie a Murad Usmanov, nostro legale nella città ucraina, che in una settimana ha sbloccato il sequestro e sistemato i documenti mancanti, ma ha anche aiutato materialmente a caricare le moto sul furgone. Un ringraziamento particolare va alla Divisione Investigativa dei carabinieri di Biella, vicina nei momenti più difficili. Un grazie pure a Raffaele Sanna, dell’Ufficio consolare di Kiev. Grazie anche al questore Nicola Alfredo Parisi e alla dottoressa Marika Viscovo per i consigli dati. E infine un grazie a Dimi, nostro autista e interprete per tutto il tragitto».

«Ora – è la buona notizia finale – ricondizioneremo le moto per riconsegnarle più belle di prima ai legittimi proprietari».

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