BiellaPensieri e parole
Le tavole imbandite e il sangue invisibile
Ecco “Pensieri e Parole”, la rubrica curata da Vittorio Barazzotto
Due fatti, in questi giorni, dovrebbero farci riflettere molto più di quanto stiano facendo.
I quattro braccianti pakistani morti arsi vivi nel cosentino non sono una tragica fatalità, ma il lato più feroce di un sistema agricolo che, in molte zone del Paese, continua a reggersi sul lavoro nero e sulla disperazione di uomini senza difese.
Per anni, durante le lezioni, ripeto agli studenti che molta della frutta e della verdura che arriva sulle nostre tavole nasce non solo dal sudore, ma anche dal sangue di lavoratori sfruttati e trattati in modi che nel 2026 non dovrebbero più esistere in uno Stato che si definisce civile.
Non è un fenomeno confinato solo al Sud. Episodi gravissimi sono emersi anche nell’astigiano, nel vicentino, perfino nel biellese. Certo, qui la presenza delle istituzioni è diversa e il tessuto sociale ha ancora qualche anticorpo. Ma guai a pensare di esserne immuni.
L’altro fatto che colpisce profondamente è la vicenda della bambina di Bordighera. Una storia che lascia sgomenti. Possibile che in una città ricca, apparentemente protetta, nessuno abbia visto? Nessuno dei servizi sociali, del Comune, delle istituzioni, delle forze dell’ordine si sia accorto di nulla?
Sono due storie diversissime, ma unite da un filo comune: l’assenza. L’assenza dello Stato, della politica vera, della vigilanza collettiva.
Anche qui, nella nostra Biella che molti continuano a raccontare come un’isola felice, esistono povertà silenziose e fragilità che non vogliamo vedere. Eppure dovremmo capire una cosa elementare: senza i migranti oggi non avremmo le tavole imbandite, non avremmo raccolti, non avremmo interi settori economici in piedi.
Il problema è chi li sfrutta, che quasi sempre, non viene da lontano: fa impresa, produce ricchezza e talvolta viene persino rispettato.
E allora teniamoci stretto questo nostro lembo di territorio, difendiamo la legalità e pretendiamo controlli e dignità del lavoro. Ma soprattutto recuperiamo coscienza critica. Perché il rischio più grande è l’assuefazione, che ci rende incapaci di indignarci.
Continua a leggere le notizie de La Provincia di Biella e segui la nostra pagina Facebook


Bb68
8 Giugno 2026 at 19:50
infatti senza il lavoro di tanti immigrati non avremmo frutta e verdura sulla tavola. anche la raccolta dell uva e altre raccolte di verdure. ma noi non ci chiediamo quale sfruttamento e lavoro nero c e dietro a tutto questo, è vergognoso che si accorgiamo solo quando succedono casi estremi ed è vergognoso che politica e associazioni non se ne accorgono
Emerson
9 Giugno 2026 at 11:48
se non ci fossero i clandestini migranti irregolari che lavorano in nero nel nostro paese e vengono sfruttati dalla mafia, la frutta e la verdura, la raccoglierebbero i lavoratori Italiani , come è sempre stato prima dell invasione dei stranieri.
Mi sembra che in Italia, prima dei lavoratori stranieri, la frutta e verdura , si è sempre servita sulle nostre tavole, da anni e anni prima dell immigrazione selvaggia.
Bb68
9 Giugno 2026 at 13:39
e un utopia pensare che gli italiani specialmente giovani vadano a raccogliere la frutta e verdura sotto il sole cocente , sono per il 50 per cento rammolliti e non possono lavorare con lo smartphone in mano , è anni che sfruttiamo la manodopera straniera ma Emerson vive in un mondo suo. ha mai visto chi asfalta le strade sotto il sole il colore della pelle ? gli italiani preferiscono stare sotto un albero viziati da nonni e genitori che gli fanno trovare soldi in tasca , bisogna rasserenarci il mondo gira così e i giovani con un diploma in tasca e voglia di lavorare , vanno all estero non rimangono in Italia sfruttati da un governo melonianoe trampiano che non s a cosa costa vivere
Giancarlo Borgogna
9 Giugno 2026 at 13:49
L’articolo “Le tavole imbandite e il sangue invisibile” ha il raro merito di squarciare, con una prosa tagliente e necessaria, quel velo di Maya che separa l’estetica del nostro benessere quotidiano dalla cruda realtà della filiera agroalimentare. Nel descrivere l’opulenza delle nostre tavole e l’invisibilità del sofferto lavoro che le rifornisce, l’autore tocca una ferita aperta del nostro modello di sviluppo. Tuttavia, se vogliamo davvero onorare la denuncia contenuta in quelle righe, dobbiamo avere il coraggio di nominare la causa prima di questa tragedia: l’asimmetria strutturale del mercato e la nostra diffusa dissociazione cognitiva in veste di consumatori. Il fenomeno del caporalato e lo sfruttamento sistemico dei lavoratori migranti non sono incidenti di percorso o anomalie estemporanee di un sistema altrimenti sano. Sono, al contrario, il risultato logico e matematico di un’equazione economica perversa. La verità è tanto semplice quanto sgradevole: la popolazione non accetta più di pagare il giusto valore per i frutti della terra, specialmente per i prodotti ortofrutticoli, e questa pretesa di un eterno “sottocosto” ha un prezzo umano devastante. Viviamo in un’epoca di profonda reificazione del cibo, in cui la verdura e la frutta sono state private della loro storia, del loro legame con la terra e della loro intrinseca etica, per essere ridotte a pure merci da competizione algoritmica sui volantini della Grande Distribuzione Organizzata. Ci siamo assuefatti a prezzi artificialmente deflazionati, dimenticando che quando il prezzo finale di un bene è inferiore al suo costo reale di produzione, quella differenza non evapora. Viene semplicemente esternalizzata. Viene scaricata con violenza sui soggetti più vulnerabili della catena: i braccianti invisibili.
Se accettassimo i costi reali di produzione – che includono per definizione salari dignitosi, tutele previdenziali, sicurezza e il giusto margine di guadagno per l’agricoltore – il fenomeno dello sfruttamento verrebbe privato della sua stessa linfa vitale. Lo sfruttamento dei migranti è, di fatto, un sussidio occulto che la parte più fragile della società paga di tasca propria per mantenere inalterato il potere d’acquisto e il comfort delle nostre famiglie.Non si tratta più soltanto di una questione contrattuale o di ordine pubblico, ma di un preciso nodo filosofico e morale. Come collettività, stiamo barattando la dignità umana con il risparmio di pochi centesimi al chilogrammo.Per superare questo cortocircuito non basteranno le sole risposte giudiziarie, pur fondamentali. È necessaria una transizione culturale verso una sovranità alimentare etica. Dobbiamo pretendere la trasparenza del “prezzo sorgente”, esigendo di sapere quanta parte della nostra spesa remuneri il lavoro vivo e quanta la speculazione logistica. Dobbiamo comprendere che l’atto di acquistare è, a tutti gli effetti, un atto politico. Scegliere l’insostenibilità economica significa rendersi co-autori di quel “sangue invisibile” che macchia le nostre tavole imbandite.
Bb68
9 Giugno 2026 at 15:16
sign.Giancarlo lei ha scritto una cosa etica e vera senza retoriche, grazie