BiellaIl Dardo
Lupi nel Biellese: il romanticismo da salotto che uccide la nostra terra
La nuova versione de “Il Dardo”, la rubrica di Guido Dellarovere
Mentre nei salotti riscaldati di città si sorseggia tè biologico parlando di “equilibri ecosistemici” e “ritorno alla natura selvaggia”, nelle valli del Biellese – dalla Valle Elvo alla Valsessera – si consuma un dramma silenzioso fatto di sangue, carcasse e abbandono. È ora di finirla con la narrazione edulcorata dei difensori del lupo a ogni costo, quelli che, armati di pregiudizi ideologici e totale ignoranza della vita rurale, continuano a sostenere che il predatore non faccia danni.
Sostenerlo oggi non è solo una bugia: è un insulto. Un insulto ai pastori che vedono il lavoro di una vita sgozzato in una notte di nebbia; un insulto agli agricoltori che presidiano un territorio fragile che lo Stato ha deciso di trasformare in un parco giochi per predatori; un insulto a chiunque conosca la differenza tra un bosco gestito e una giungla abbandonata.
La retorica degli “ambientalisti della domenica” ci racconta che il lupo seleziona solo i capi malati della fauna selvatica. Menzogne. Chi vive la montagna biellese sa bene che la pressione venatoria del lupo ha estinto i mufloni e sta decimando cervi e caprioli, spingendo gli ungulati a ridosso dei centri abitati per sfuggire alle zanne, con conseguente aumento di incidenti stradali e danni alle colture. Ma il vero scempio è nelle greggi. Ci dicono che bastano i cani da guardiania e le recinzioni elettrificate. Lo spieghino loro a chi deve gestire alpeggi scoscesi, dove posare chilometri di rete è tecnicamente impossibile e dove i cani, spesso, diventano un ulteriore problema di convivenza con i turisti.
Ma il punto non è solo tecnico, è filosofico. C’è una deriva perversa che mette la vita del predatore su un piedistallo intoccabile, superiore a quella della pecora, della capra o, peggio ancora, alla dignità del lavoro umano. Proteggere il lupo “assolutamente”, senza se e senza ma, significa condannare a morte l’economia montana. Significa dire ai giovani che vorrebbero restare nelle nostre valli: “Non fatelo, perché la vostra fatica vale meno del capriccio estetico di vedere un lupo su una fototrappola”.
Il lupo nel Biellese non è in estinzione, è in espansione incontrollata. La sua presenza non è un segno di “salute ambientale”, ma il simbolo del fallimento di una politica che ha dimenticato l’uomo. Se continuiamo a ignorare il grido d’allarme di chi il territorio lo vive davvero, tra pochi anni non avremo più pastori, non avremo più alpeggi curati e i sentieri saranno inghiottiti dai rovi. Avrete i vostri lupi, certo, ma avrete creato un deserto sociale.
È tempo di abbassare il volume dell’ideologia e alzare quello del buonsenso. La convivenza forzata non è convivenza: è una resa. E il Biellese, terra di gente pragmatica e schiena dritta, non può permettersi di soccombere sotto il peso di un ambientalismo da tastiera che non ha mai sentito l’odore del sangue in un ovile.
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