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Biella, il silenzio che scotta: lo scontro politico sui fatti di Torino e il caso Naldini

La nuova versione de “Il Dardo”, la rubrica di Guido Dellarovere

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I fatti di Torino – con il loro carico di violenza gratuita, sassi e feriti tra le forze dell’ordine – hanno smesso di essere un problema della Questura sabauda per diventare il cuore di un violento terremoto politico all’ombra del Mucrone. A Biella, la polveriera è esplosa non solo per la gravità degli scontri, ma per quello che il centrodestra definisce un “silenzio complice e imbarazzante” da parte di alcuni leader politici locali e di figure apicali del mondo culturale, in primis il direttore di Cittadellarte, Paolo Naldini.

Il cuore della polemica è la mancata presa di distanza netta. Esponenti del carroccio e di Fratelli d’Italia hanno sollevato un polverone contro quella sinistra che, a parole, si dice democratica, ma che nei fatti faticherebbe a condannare i movimenti antagonisti. “Non esistono zone grigie”, tuonano dai banchi della maggioranza biellese: “Chi non condanna senza riserve chi aggredisce un poliziotto, di fatto, legittima la guerriglia urbana”.

L’accusa è rivolta direttamente a chi, nelle file dell’opposizione, ha preferito spostare l’attenzione sulle ragioni sociali della protesta o sulle criticità dello sgombero di Askatasuna, anziché schierarsi a difesa delle istituzioni. Un atteggiamento che i leader del centrodestra definiscono “politicamente vile”, sottolineando come la solidarietà alle forze dell’ordine debba essere un pre-requisito democratico, non un optional oggetto di trattativa ideologica.

In questo clima di sospetto, la posizione di Paolo Naldini è finita sotto una lente d’ingrandimento spietata. Al direttore di Cittadellarte viene contestato un approccio che, sotto il velo dell’esperimento sociale e della “trasformazione sociale attraverso l’arte”, finirebbe per offrire una sponda intellettuale a chi contesta le autorità costituite.

La polemica si fa feroce quando si parla della Demopraxia e dello “Statodellarte”. Per i suoi detrattori, queste teorie non sono altro che una sovrastruttura filosofica per nascondere un’agenda politica ben precisa, troppo vicina a quei centri sociali che a Torino hanno messo a ferro e fuoco la città. “Mentre i poliziotti finiscono in ospedale, c’è chi a Biella pontifica su nuovi modelli di società che strizzano l’occhio a chi le leggi non le rispetta”, è il j’accuse che rimbalza tra i corridoi di Palazzo Oropa.

Si accusa Naldini di non aver speso parole di ferma condanna contro i metodi violenti dei manifestanti torinesi, preferendo una narrazione astratta sulla “pace preventiva”. Un silenzio interpretato dalla destra come una pericolosa ambiguità: è accettabile che un’istituzione che beneficia di prestigio (e spesso di fondi pubblici o parastatali) mantenga un profilo così sfumato di fronte a reati conclamati?

Il fronte progressista tenta la difesa, parlando di “libertà di pensiero” e di “ruolo critico dell’intellettuale”, ma la sensazione è che il solco sia ormai tracciato. Da una parte chi esige una lealtà assoluta allo Stato e alle sue divise; dall’altra un mondo che, trincerandosi dietro la “complessità”, sembra incapace di tracciare una linea di demarcazione tra dissenso e violenza criminale.

Biella si scopre così divisa: tra la rabbia di chi si sente tradito dalle proprie istituzioni culturali e il tentativo di Naldini di mantenere Cittadellarte come un’isola di dialogo, che però, per molti, assomiglia sempre più a un porto franco per chi vuole sovvertire l’ordine sociale.

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