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Gli Sbiellati

Non s’illumina d’immenso

Gli Sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

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BIELLA – Avete presente quando, finite le vacanze estive, immancabilmente qualcuno che si pensa spiritoso vi sussurra all’orecchio che mancano 116 giorni a Natale? Bene. A quel punto le mie sinapsi mi conducono in un vicolo cieco e, prima di domandare a lui cosa fa a Capodanno, mi chiedo quando cominceremo, in città, a polemizzare sulle luminarie natalizie. Per fortuna l’attesa è generalmente breve e lascia tornare in libertà le mie sinapsi.

Ogni anno leggiamo i giornali dell’anno prima: tante, poche, chi le paga, belle, brutte.

Dichiarazione dell’assessore, dichiarazione dell’associazione di categoria. Tutte considerazioni sulle luminarie che le mie sinapsi, ormai rassegnate, catalogano come “inevitabili”. In Consiglio comunale c’è stato chi, in passato e rassegnato pure lui, depositava interrogazioni fotocopiate in merito.

Credo che l’Unesco potrebbe, tranquillamente e senza vergogna, dichiarare queste polemiche patrimonio immateriale del territorio assimilandole a un evento folklorico. Tutto ciò è in qualche modo rassicurante, perché almeno sono utili ad allontanare le ansie di una tornata elettorale che quest’anno, con le sue incognite, ci ha molestato persino durante il sudoku in spiaggia.

La notizia sconvolgente è che, in vista del prossimo Natale (mancano 76 giorni!), Biella spegne la luce e rinuncia alle luminarie. Visto che ormai ogni abitudine viene spacciata per tradizione, mi sono anche chiesto quando e come fosse nata, prima che generasse le polemiche che ci sono care, quella d’illuminare il centro città. Mica solo il nostro, beninteso: creativi sì, ma non fino a questo punto. Non possiamo rivendicarne l’invenzione.

Da sempre la luce è stata la regina di ogni festa, trascendendo gli originali significati religiosi che legavano la fiamma di una candela alla presenza metafisica. Del resto, Dio creò la luce al suo primo giorno di lavoro e l’uomo, dopo secoli, creò l’ora legale per preservarla. Però è solo dalla metà del secolo scorso che le luminarie ci indicano la via dello struscio nel periodo natalizio, conciliando la simbologia della festa con una più laica necessità commerciale. Che a quanto pare è divenuta imprescindibile, e questo me lo spiego molto meno e ho rinunciato da tempo a tentare di farlo.

Forse ingenuamente, ma non mi rassegno al fatto che non si riesca a pensare che ci sono altre possibilità di vestire a festa una città. A maggior ragione di questi tempi, che la sostenibilità ambientale è sulla bocca di tutti e contribuire all’inquinamento luminoso non mi pare una grande assunzione di responsabilità sociale. Il problema vero è che le nostre bollette della luce si stanno facendo insostenibili di suo, e quelle del Comune non stanno certo diminuendo.

Torino ha spento anche la Mole. Una frase che messa qui dove l’ho messa pare avulsa dal contesto, ma in realtà mi viene utile per ricordare, anche un po’ retoricamente, che dare le cose per scontate non fa sconti. Ed è quello che abbiamo fatto finora: abbiamo dato per scontato un modello di vita e consumo che, con tutta probabilità, non potevamo permetterci già prima e figuriamoci ora: abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Vero che questo sarebbe stato il primo Natale del dopo pandemia vissuto con una certa tranquillità e mobilità, ma quante volte c’eravamo detti – senza crederci davvero – che nulla sarebbe stato come prima? Alla prima occasione abbiamo ridefinito i soliti confini personali, privati e pubblici, con nessuna o poca disponibilità a cedere qualcosa del prima a favore di un più sobrio e salutare dopo.

A rileggere le cronache locali dell’inverno 1973/74 ci si accorge che le parole di allora sono le stesse di adesso: non abbiamo imparato niente. Chi ha l’età per farlo si ricorderà di quell’Austerity passata alla storia del ‘900, assieme alle sue guerre. Anche allora il problema era geopolitico e le similitudini sono parecchie: una crisi politica fomentata dall’allora Unione Sovietica per scombinare il Patto atlantico, attraverso le negate forniture di petrolio dai Paesi arabi; con, a corollario, l’immancabile speculazione dei mercati (Eco di Biella, 14/01/74).

Per la crisi energetica di allora venne disposto, oltre al divieto dell’uso dell’auto privata nei giorni festivi, che dal 1° dicembre i negozi chiudessero alle ore 19 anziché alle 19.30 e le loro vetrine venissero spente alle 21; i comuni furono invitati a ridurre l’illuminazione pubblica del 40% (Eco di Biella, 29/11/73). E le vetrine furono addobbate con “poche” luci colorate (Eco di Biella, 20/12/1973). Sembra incredibile, ma ne uscimmo vivi. C’è quindi ben poco, adesso A.D. 2022, da illuminarsi d’immenso: temo che neppure Ungaretti sarebbe dell’idea.

 

Lele Ghisio

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