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Gli Sbiellati

Non c’è niente da ridere

Gli Sbiellati di Lele Ghisio

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BIELLA – “Non ci resta che piangere” è un’affermazione curiosamente entrata nel gergo popolare dagli anni ’80 del secolo scorso, proprio quelli caratterizzati dall’esasperato edonismo sdoganato a ogni livello sociale e politico, di cui il Papeete contemporaneo non è stato che la copia assai sbiadita.

Certo che ci è entrata in testa grazie al fatto che ci abbiamo riso sopra parecchio, e ancora adesso lo facciamo, con velata malinconia, nel ricordo di Troisi che, in coppia con Benigni, s’arrendeva comicamente al paradosso temporale.

A ben guardare, dovrebbe essere invece “non ci resta che ridere” il lemma da introdurre nel ciacolaio corrente. Ciò che sta accadendo alla politica nazionale offre infatti innumerevoli spunti da sit-com che, tra surreali dichiarazioni e infantili rivalse, sviluppano sceneggiature esilaranti. Script che di giorno in giorno arrivano a insidiare persino la lettura distopica di un certo modello di politica e di società, almeno quello presentato dal primo episodio di “Black mirror” (Messaggio al Primo ministro) serie tv di successo, una decina di anni fa, rendendo così presente il futuro immaginato.

Il presente caratterizzato da queste surreali dichiarazioni e smentite poi smentite a loro volta, con corollario di imbarazzo diffuso e aggiustamenti di tiro. Questa è la tragedia che diventa farsa, anzi sboccata commedia all’italiana priva di qualsiasi grado d’ironia, superando a destra le riflessioni storico-sociali del combo Hegel-Marx. Ed è forse l’unico motivo per cui non ci resterebbe che ridere, non fosse che. E questo è il quadro di riferimento che ci presenta l’attualità, dipinto in attesa di un chissà che sia meglio di così.

È rimuginando anche su questo, ma piuttosto su altre frivolezze, che mi sono trovato assettato, qualche giorno fa, su di una panchina in rassegnata attesa che si estinguesse la coda messa in fila di fronte al mio ferramenta di fiducia. Momento comunque piacevole, in quest’autunno così primaverile. Non che io ami particolarmente citare aneddoti personali a conferma statistica di tesi più o meno strampalate, ma questo mi ha dato da pensarci su.

Insomma, mi si avvicina un giovane con borsone a tracolla ricolmo di qualche merce in vendita (ah, il direct marketing!) e, già da lontano, perché per noi biellesi è sufficiente qualche metro per rivendicare un nostro spazio, mi chiede a voce alta e altra, apostrofandomi “Mister”, se voglio comprargli delle calze. Delle calze! Per uno uscito di casa per andare dal ferramenta, l’improvviso dilemma del comprare o meno delle calze è uno shock culturale: sono scoppiato a ridere forte.

Il giovane mi guarda stranito, poi ride anche lui e sbotta: «Finalmente un sorriso sincero in questa città!», con uno di quegli accenti così solari che noi biellesi interpretiamo con diffidenza. Poi aggiunge, per nulla incoraggiato ma con spontanea riflessione: «In tutta la mattinata non ho incontrato persone sorridenti. E dire che in una settimana sono stato a Busto, Asti, Alessandria, Vercelli e non mi era ancora capitato. E dire anche che Biella è una bella città, decisamente meglio delle altre in cui sono stato». Disarmante, vero? Ma nemmeno una novità: Biella è una città senza sorriso.

Mi sono sempre chiesto chi fosse stato così di buonumore da definirci quell’”isola felice” che credevamo di essere. È che probabilmente abbiamo un peculiare concetto di felicità, e di quello ci nutriamo senza un briciolo di autoironia. Forse siamo provvisti di un invisibile sorriso interiore, impercettibile persino alle microespressioni facciali così celebrate dalla psicologia moderna. O forse no, proprio non ne siamo capaci di sorridere. Presi come siamo a prenderci troppo sul serio. Presi come siamo, fin dagli albori della rivoluzione industriale, a importare dagli inglesi i telai e pure il clima triste per eccesso d’immedesimazione.

Quindi per essere la Manchester d’Italia che c’illudevamo d’essere (perché così erano definite anche Schio, Busto Arsizio, Genova…) ci avevamo messo pure le piogge di ordinanza, quelle che oggi ci mancano, e il sospetto è che sia perché non ci servono più per somigliare agli inglesi: oggi siamo l’isola felice che non c’è, e comprendo che in questo non ci sia niente da ridere. Non sarebbe male se però, qualche volta in più e nonostante tutto, ci scappasse almeno da sorridere.

P.S.
Le calze le ho poi comprate, complice l’affabulazione del giovane. Salvo poi accorgermi solo in seguito che mi aveva rifilato dei calzini da donna. E ho riso ancora più forte.

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