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L’Augusto, i vermi e Dio

di Edoardo Tagliani

augusto festa bianchet

Nei giorni scorsi Biella ha “celebrato” una triste ricorrenza: l’anniversario del pestaggio che costò la vita ad Augusto Festa Bianchet. Omicidio ad oggi ancora senza un colpevole.
Quest’anno lo ricordiamo così, con un pezzo scritto – ormai diversi anni fa – da Edoardo Tagliani.

 

Soffiava un’aria fresca e blanda, in paradiso. Di quelle che ci sono solo una volta ogni tanto, di quelle che l’edera sul muro se la gode e le nuvole sbuffano felici.

Dio: «Augusto! Che ci fai qui?».
Augusto: «Ma non sei onniscente?».
D: «Per carità. Una volta di sicuro. Con gli amanuensi che per scrivere tre ghirigori ci mettevano tre mesi, ce la si faceva a leggere tutto. Poi, rimanga tra noi, tra social network e mail, manco Mandrake. Sto su la notte, ti giuro. Ma è roba da matti».
A: «C’hai ‘na cicca?».
D: «Prendi pure».
A: «Minchia. Nazionali senza filtro. Tiravo su meglio alla Standa».
D: «Ecco, appunto. Che ci fai qui? Io ti davo alla Standa ancora per un bel pezzo».
A: «Son dieci anni che ho cambiato indirizzo. E la Standa, tanto per la cronaca, c’è più».
D: «Ma va. Sul serio?».
A: «San Pietro non t’ha detto un cazzo, vero? Di me, intendo. Non della Standa».
D: «Mi fa ‘sti report settimanali, ma non è che li legga sempre sempre sempre. Puoi riassumere?».
A: «Riassumo. M’han massacrato di botte, pisciato addosso e sono morto. Poi il tuo amico con le chiavi mi ha prenotato una settimana bianca di dieci anni in Purgatorio. Finito oggi, finito».
D: «E la Standa?».
A: «Sei proprio uno sensibile».
D: «No, no. Scusa. E’ che c’avevano un sancarlino della Madonna. Spiace che non ci sia più. La Standa, ovvio. La Madonna c’è sempre. Mai che si prenda una vacanza con le amiche e mi lasci qualche sera per il poker».
A: «Hai del Tavernello che t’avanza? O tremila lire, uguale».
D: «Bianco o rosso? Ah. Le lire non ci sono più. Tipo la Standa».
A: «Bianco, bianco, che mi viene il mal di testa e non penso al freddo».
D: «Freddo? Ma guarda che qui sei in Paradiso, mica nei cartoni».

E Augusto alzò gli occhi. Spostò di lato i capelli. Buttò giù il bicchiere e si guardò intorno. C’era un cielo di un colore, ma di un colore, da poterci nuotare. E una musica tutta in mezzo alla dita dei piedi. Chili di poesie nelle tasche dei jeans e un tepore sulle ossa che sapeva di torta di mele. La puzza del mosto bambino metteva appetito e lontano, giù in fondo, non c’era altro che pace.
A perdita d’occhio, come il buio di notte.

A: «Cribbo. Gran bel posto, qui, Dio».
D: «Con quel che mi è costato. Comunque, torniamo a noi. Ti hanno ammazzato?».
A: «Un po’».
D: «Doloroso, mi dicono. Specie mio figlio. ‘Sta ancora nervoso».
A: «Sopportabile».
D: «E ti hanno anche pisciato?».
A: «Vuoi i dettagli splatter o me ne versi un altro, di ‘sto Tavernello?».
D: «Bevi. Bevi, Augusto».

Parlarono del più e del meno. Si raccontarono la Sindone, sussurrarono di Adamo. Ricordarono insieme l’erba dei giardini e le vetrine del centro. Fumarono tanto, bevvero troppo. A tratti, lacrimarono di pena. Per il resto, risero come ragazzi sul bus della gita.

D: «Va bene, Augusto. Si è fatto tardi. Resta poco tempo. Stai per capire. Che cosa vuoi che faccia, per te? Scovo i tuoi assassini?».
A: «Ma chi? Quei quattro coglioni di merda?».
D: «Eh. Loro. Proprio loro».
A: «Frega ‘na sega».
D: «Spiega, spiega, che si fa interessante. Sigaro?».
A: «Ma non c’avevi solo le MS?».
D: «Sì, ma servirà ben a qualcosa saper fare i miracoli, no?».
A: «Ne sai una più del Diavolo».
D: «Spiega, spiega, che se spieghi tramuto anche il Tavernello in Barolo».
A: «Spiego al volo. Ma prima dimmi la verità. Nessuno può tramutare il Tavernello in Barolo. Io non sono qui, ma son sotto terra che faccio vermi, vero?».
D: «Sì. Ma che resti tra noi».
A: «E tu non esisti, vero?».
D: «Già. Ma che resti tra noi».

Il Paradiso crollò, ma non lo fece d’un botto. Sembrò piuttosto mille foglie d’autunno. S’addormentò come un gatto e sparì come il giorno di sera. Poi fu l’umido del fango appiccicato alla pelle. Niente aria, niente luce, niente stelle appese. Mandibole di microbi soltanto. E illusioni stracciate, rimorsi pesanti, ricordi slavati di volti e bevute.

A: «Certo che era meglio prima».
D: «Sei tu che hai rovinato la festa».
A: «Addio sigaro, vero?».
D: «Addio. Ma adesso spiega. Perché non vuoi la gola dei tuoi assassini?».
A: «Mai chiesto niente, io».
D: «Guarda che una bugia resta una bugia anche se tu fai vermi e io sono solo il penoso desiderio di ciò che tutti vorrebbero».
A: «Touché. Ho chiesto una Marlboro, a volte. E qualche soldo. E un bicchiere di vino. E ho scherzato una bella signora che ticchettava di tacchi, ogni tanto. Ma per il resto, mai chiesto niente, io».
D: «Che cosa c’entra, questo, con chi ti ha ammazzato?».
A: «Ho chiesto di trovarli, io? No. Ho chiesto una casa, io? No, tutto il contrario. Eppure mi hanno dato una casa. Ho chiesto pietà? No. E mi hanno dato pietà. Ho chiesto aiuto? No. E mi hanno dato aiuto. Ho chiesto di essere curato, ripulito, rasato? No, ma lo hanno fatto. Mi hanno persino messo in galera. Mi hanno detto che avevo l’ora d’aria. L’avevo chiesta, io? No. E allora l’ho rifiutata. Ma ho mentito ancora. Perché una cosa, una cosa soltanto, ho chiesto. E quella l’ho chiesta con tutta la violenza che avevo nel cuore».

 

I vermi si fermarono basiti. Quasi atterriti. Smisero per un attimo di mangiare l’Augusto. Anche l’acquerugiola tra le zolle, ristette pensosa, sospesa a metà. E il povero legno della povera cassa, per un minuto appena, si rifiutò di scricchiolare. Tutti, persino la ghiaia fredda del vialetto,i crisantemi già sfatti nei vasi, i marmi pesanti di visi e di date, tesero le orecchie per saperne di più.

D: «Che cosa hai chiesto, Augusto?».
A: «Mi sento stupido».
D: «Perché mai?».
A: «Parlo con uno che non esiste».
D: «Lo fanno tutti, non ti preoccupare. Se ti vien meglio, parla coi vermi».
A: «Posso? Davvero?».
D: «A me lo chiedi? Io non esisto».
A: «Già. E allora parlo ai vermi che ho nella pancia. Solo una cosa, una cosa soltanto, io chiesi in vita mia».
D: «Dicci, dicci, Augusto bello».
A: «Cazzo fai? La voce in falsetto?».
D: «Imitavo i vermi. Ma mi vien male. Possiamo sorvolare?».
A: «Sì. Sorvoliamo. Una cosa soltanto. Una soltanto: lasciatemi in pace. Lasciatemi stare. Io non voglio il vostro mondo. Non voglio un lavoro, non voglio un tetto, non voglio una vita, una famiglia, un conto in banca, un assistente sociale con il master del vaffanculo. Voglio solo una Marlboro ogni tanto. E un cartone di vino da farmi star caldo. E due stracci come pensieri, quattro piastrelle come lenzuola. Voglio morire (avrei voluto morire) col fegato marcio, il respiro corto, il culo piantato in mezzo al cielo. Alla faccia vostra, delle vostre auto potenti, del vostro I-Pad sottile».
D: «Tratti così, dunque, i pochi che hanno voluto aiutarti. E i tanti che oggi serbano memoria di te».
A: «Ecco, appunto. I pochi e i tanti».
D: «Miiiii, che polemico. Lascia perdere l’algebra e rispondi nel merito».
A: «Ti faccio un esempio che altrimenti non capisci. Io sono l’Augusto e tu sei Dio».
D: «Bell’esempio di merda».
A: «Se mi fai finire… Allora. Io sono nel deserto da mille anni e ho una sete da morire. Ti chiedo del Tavernello. Anzi, dell’acqua, per una volta. Tu mi guardi, sorridi e mi dai un’ostia. Ti guardo, non sorrido e bestemmio. Hai una vaga idea di come le ostie impastino la bocca? Peggio delle canne. Per carità, capisco che tu sei Dio e quindi non hai mai sete – anche se, curiosamente, son tre ore che ti stai strozzando di Tavernello, ma facciamo finta di no – Tu sei Dio e quindi dai importanza a ben altre cose, mica c’hai bisogni fisici. Anzi, zitto zitto, pensi che l’acqua fa venire le rane nella pancia e che quindi, per il mio bene, non devi darmela. Nonostante tutto, ti chiedo ancora dell’acqua. Tu mi guardi, sorridi e mi offri una tavola dei comandamenti nuova di zecca. Io ti guardo e bestemmio più forte. “Acqua, acqua!”, grido a tutto fiato. Tu mi guardi, sbigottito ed incredulo, e mi apri il Mar Rosso. Sei anche infastidito, perché pensi: “Ma che cosa vuole questo, più di così?”. Chiami a raccolta tutti gli arcangeli che hai in scuderia e discuti con loro. Ma loro sono come te. Non hanno sete. Sono arcangeli. Un gran confabulare, un brain storming, un progettare budgettizando. Morale della favola, decidete di darmi un posto in paradiso, su una bella nuvola bianca. E se lo rifiuto, quel posto in paradiso, allora sono proprio uno stronzo che non vi capisce. Ma in paradiso, visto che siete tutti santi ed eterei, non c’è nemmeno un goccio d’acqua. Non ne avete bisogno, voi. E io, piuttosto incazzato, muoio di sete».
Vermi: «Augusto. Arriva al punto. Adesso, che noi abbiamo fame».

Dio se n’era andato vergognoso, di soppiatto, tutto rosso anche nella barba. Restarono solo i vermi, ansiosi di penetrare ancora. Augusto si sentì solo. Solo come sempre. Solo con i vermi. Sorrise, a quel sentire. Perché si sentì a casa. Alla Standa. E raccolse allora l’ultima forza dei mignoli per lasciare alla terra uno sputo di lui.

A: «Non lo avete fatto, per me. Lo avete fatto per voi. Per sentirvi buoni, migliori, in pace con voi stessi. Lo avete fatto per non ammettere che il vostro stupendo sistema non è l’unico. Lo avete fatto per sfamare la vostra famelica paura di sbagliare. Io non potevo esistere. Non può esistere chi rifiuta il vostro mondo. Per voi, c’è solo una possibilità. Una sola. Augusto non rifiuta una casa. Non può averla, porello. E quindi noi gliela diamo. Come siamo bravi. Augusto non rifiuta un lavoro. Miserello: non ce l’ha. E noi glielo diamo. E via dicendo. Io sono la legge sull’eutanasia. Io sono il testamento biologico di mille aborti in fila. Io sono la morale vera delle vostre vite finte. Io sono il gay che non sfila al gay pride, io sono il pedofilo nella sacrestia di tutte le case, io sono il videogame sbagliato dei vostri figli imberbi. Io sono l’uomo nero. Io sono quello che non può essere, esistere, vivere. Io sono quello che gioca a golf coi vostri sensi di colpa da giocatori di golf. Io sono l’incognita dell’equazione che non sapete risolvere. Io sono il chiodo nel motore, io sono quello che non gliene frega un cazzo di essere ammazzato. Per chi volete risolvere il caso? Per voi o per me? Guardatevi dentro, guardatevi in fondo, guardatevi in mezzo alle costole e poi rispondete: per chi chiedete giustizia? Per voi o per me? Perché di quello che io pensavo e credevo, perché delle mia giustizia, a voi non è mai fregato un cazzo. Voi volevate solo, a tutti i costi, darmi l’unica cosa che non volevo. Una vita “normale”. Una vita come la vostra».

I vermi, che tanto avevano atteso le parole di Augusto, si guardarono annoiati.
Un altro matto. Poverino. Meglio mangiarlo. Mangiarlo in fretta.
Così smetterà di soffrire.
Detto questo, sorrisero contenti di aver trovato un’opinione comune, d’aver consolidato la maggioranza. Finalmente l’alba della giustizia sociale.
E lo mangiarono tutto. Per il suo bene.
Lui. Il Tavernello. E una Marlboro che ancora fumava.

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