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Viviamo il futuro di una volta

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Ci risiamo. Con un colpo di teatro – al Sociale, un po’ per vezzo e un po’ per necessità – si torna a usare le parole per (ri)definire il futuro. Come sempre accade, in campagna elettorale. Come spesso accade comunque, in quest’ultimo decennio, speso nel tentativo di uscire dalla crisi strutturale seguita a quella economica globale. Accade in città come accade altrove, con piglio e risultati tra i più diversi.

Quel che è certo è che, la crisi economica prima e quella pandemica poi, non ci hanno lasciati senza parole. Il “bisogna pur dire qualcosa” per significare quel che resta da fare. E resta sempre qualcosa da fare, resta tutto quanto da fare.

La sensazione è che manchi qualcosa, che ci manchi sempre qualcosa. Come quando a un funerale sono in parecchi ad avvicinarsi al parente più prossimo per dirgli: “se hai bisogno di qualcosa, io ci sono”. E poi se ne vanno a casa. Hanno tutti un progetto, una lista della spesa, una ricetta, un manifesto. Da enunciare, da annunciare, da spiegare, da illustrare. E poi se ne vanno a casa.

Per carità, mica è una critica: è la sensazione che ci manchi sempre qualcosa, appunto. Quasi sei anni fa l’Unione industriale biellese certificava Biella come “città in transizione”, mettendo insieme un convegno e i suoi atti, frutto d’uno sparuto sondaggio. Il risultato fu una somma di buone intenzioni, miste al genetico pessimismo locale. Difficile andare oltre se si citano Coelho e Disney, del resto. E sembra passata un’era geologica: il Covid ha messo le ali al tempo.

L’amministrazione cittadina di allora s’agganciava, come da campagna elettorale, alla più generica Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. L’amministrazione attuale parla invece di moda sostenibile. Non è che basta inserire la parola “sostenibile” in ogni progetto perché poi lo sia davvero.

Un po’ come certo non basta infilare la parola “digitale” in ogni discorso per apparire moderno. Quindi, giusto per smentire la sensazione che in fondo siano solo parole, la Città della moda (un po’ fuori moda, invero) lanciata in campagna elettorale diventa adesso: Città della moda sostenibile, per esigenze di copione. Detta con l’inglese, tanto di moda: da “Biella city fashion” a “Green deal Biella city fashion”.

Così, solo per indossare meglio i fondi del Recovery plan, che ha paletti europei piuttosto rigidi per spenderne i soldi. A parole il centro città l’abbiamo bell’e che sistemato, sostenuto e sostenibile. Anche se, a guardarle bene, queste parole sono parenti strette del progetto 015. Anch’esso illustrato e poi morto d’inedia, proprio come il nostro centro città.

Per far sembrare le parole un po’ meno parole, nel secondo atto dello spettacolo gli attori hanno interpretato un cronoprogramma. La lista delle cose da fare, insomma. Tra le altre spicca, per il 2021, l’intenzione di “realizzare eventi culturali di visibilità internazionale”. Considerando che siamo già a febbraio e con una pandemia in corso, ha più l’aria di un sarebbe bello o di una cosa buttata lì sperando che qualcuno ci caschi, sia qui che in Europa. E pensare che quando un evento di visibilità internazionale legato, in qualche modo, alla moda ce l’avevamo davvero, lo facevamo a Como. Era IdeaBiella, che ora facciamo a Milano Unica. Siamo gente strana, se adesso vogliamo diventare Città della moda.

Poi con le liste ci si mette anche il Gruppo giovani dell’Uib, e pure loro infilano parole in dieci punti come fosse un programma elettorale qualsiasi. Buona l’intenzione. Ma sembra sempre che manchi qualcosa: è che forse le buone intenzioni non bastano mai. È che forse le parole del passato sono rimaste cose solo dette. Dal punto di vista infrastrutturale siamo com’eravamo trent’anni e una valanga di parole fa. Di quando la qualità della vita per attrarre residenti la misuravamo col coefficiente di dormibilità: vuoi mettere come si dorme bene a Biella, città così tranquilla?

Sarà che spacciamo una qualità della vita che vediamo solo noi, se non c’è la coda fuori di aspiranti residenti. O che qualche ragione, anche legata a questo, ci sarà se i nostri giovani vanno e non tornano.

Per questo, pur grati delle buone intenzioni, resta la sensazione che manchi qualcosa, che manchi sempre qualcosa. Al territorio nel suo insieme, intendo. E fa specie pensare che il presente che stiamo vivendo ora è il futuro di una volta.

Lele Ghisio

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