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“Tranquilli, non abbiamo nessuna intenzione di chiudere”
Un post su Facebook senza la data di “fine ferie” ha fatto partire le “voci”. Il titolare della Lira rassicura tutti: «Riapriremo come sempre, ma d’estate siamo impegnati con L’Oro della Bessa e gli eventi»
“Data di riapertura non ancora definita”. È bastata questa frase, a margine dell’annuncio su Facebook della chiusura estiva per ferie, a far scattare il tam-tam sui social e non solo: chiude La Lira? Perché non comunicano un giorno preciso della ripresa dell’attività? Qualcuno ha contattato anche la nostra redazione per segnalare il post e domandare se si sapesse qualcosa sul futuro del noto ristorante di via Repubblica. A sgombrare il campo da timori, fantasie e illazioni e a spiegare il senso di quel post ci ha pensato Pietro Calcagno, lo storico titolare: «Tranquilli, non abbiamo nessuna intenzione di chiudere – spiega -. Non abbiamo ancora indicato una data precisa semplicemente perché non è ancora stata definita. Questo per una semplice ragione: gestiamo anche altre attività di ristorazione e organizziamo eventi e, soprattutto d’estate, siamo ovviamente molto più impegnati».
L’ironia di Pietro Calcagno: “La Lira riaprirà regolarmente. Ad ascoltare le voci, dovremmo aver già chiuso due o tre volte…”
La società della Lira, infatti, gestisce anche “L’Oro della Bessa”: «I mesi estivi sono un periodo tranquillo per un ristorante come La Lira, che non ha dehors – aggiunge Calcagno -. Quindi concentriamo gli sforzi sulla tenuta in collina, dove abbiamo spazi all’aperto importanti. Tutto qui. Ma riaprirà regolarmente anche La Lira».
Il ristoratore ha comunque preso con filosofia la vicenda: «Ad ascoltare le voci – sottolinea ridendo -, negli ultimi tre anni ci hanno già “fatto chiudere” almeno tre volte. Da una parte, per assurdo, fa piacere anche questo, perché significa che le persone si preoccupano. Dopo un po’, però, diciamo che diventa… monotono. Approfitto di questa chiacchierata per dire una cosa chiaramente: se mai dovessimo davvero decidere di chiudere, di sicuro lo comunicheremmo in un altro modo, nel modo giusto, e con il rispetto che dobbiamo a chi da vent’anni frequenta il nostro ristorante».
La situazione nel mondo della ristorazione
Detto questo, lo stesso Calcagno comprende bene che, alla luce delle frequenti chiusure nel mondo della ristorazione, sia facile pensare subito al peggio: «Non nascondiamoci dietro un dito – chiarisce allargando il discorso – il settore della ristorazione in generale è in crisi. I ristoratori fanno grossi sacrifici per mandare avanti le attività e svolgono una professione faticosa che, ad esempio, ti obbliga a lavorare sempre, anche a Natale. Nessuno ci pensa mai, nell’immaginario collettivo siamo una categoria “sacrificabile”. Diciamo che a volte un po’ più di comprensione non guasterebbe».
«Ricordo un aneddoto di un famoso ex ristoratore biellese – continua -. Raccontava sempre che, dopo aver deciso di chiudere, un giorno incontrò per caso un conoscente, che gli disse che era davvero un peccato perché aveva proprio intenzione di andare a mangiare da lui. La risposta fu epica: “In vent’anni non sei mai venuto una volta e volevi venire proprio adesso che chiudo?”. È una cosa abbastanza frequente. Un altro ristoratore amico registrò il 100% di prenotazioni in più nel mese in cui annunciò l’imminente chiusura del locale… Magari sarebbe stato meglio andare a mangiarci prima».
“Il settore è ‘malato’. Su questo varrebbe la pena di aprire un dibattito”
Il discorso è dunque generale: «Bisognerebbe capire – prosegue Calcagno – che il nostro oggi è davvero un settore vulnerabile, dove a volte possono bastare degli imprevisti per mandare tutto a rotoli. Anzi, ci tengo a dedicare un pensiero a quei tanti, troppi colleghi che dopo una vita dedicata con passione a questo lavoro all’improvviso si ritrovano in ginocchio o con un pugno di mosche in mano. Magari chiudono dopo 40-50 anni di sacrifici e in un attimo la città se li dimentica. Questo forse è l’aspetto più triste, ma come dicevo siamo una categoria sacrificabile. Il mondo della ristorazione oggi è “ammalato” e i malati vanno aiutati quando sono ancora in vita. Una volta che sono morti poi è troppo tardi. Su questo sarebbe giusto e doveroso aprire un dibattito, perché non se ne parla mai».
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