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Quando finiva davvero l’estate nel Biellese? Segnali e tradizioni che annunciavano l’autunno
Per i nostri nonni l’estate non finiva il 31 agosto né con il canonico equinozio d’autunno. A segnare il cambio di stagione era il ritorno dagli alpeggi, le giornate che si accorciavano e soprattutto San Michele, il 29 settembre
Oggi l’estate finisce sul calendario tra il 22 e il 23 settembre, anche se a livello “psicologico” per molti la conclusione della stagione calda coincide con la fine del mese d’agosto. Ma per chi viveva nel Biellese di qualche generazione fa, il passaggio alla nuova stagione aveva un “indizi” molto più concreti. Non c’era bisogno di guardare la data: erano la montagna, gli animali, il lavoro nei campi e la luce delle giornate a dire che l’estate stava finendo.
E c’era soprattutto una data che rappresentava un vero spartiacque: San Michele, il 29 settembre.
Non è un caso. Negli antichi statuti di Biella del 1245 gli alpeggi sono già regolamentati e il periodo di utilizzo era legato proprio alla ricorrenza di San Michele. La tradizione più recente fissava invece la stagione dell’alpeggio tra la salita in quota e la discesa a valle, la cosiddetta monticazione e demonticazione, con San Michele come termine di riferimento.
Quando le mandrie tornavano a valle
Era forse questo il segnale più evidente che l’estate stava per lasciare il posto all’autunno.
Per mesi bovini e allevatori avevano trascorso la stagione negli alpeggi, sfruttando i pascoli d’alta quota. Poi, con l’avvicinarsi dell’autunno, arrivava il momento di tornare verso valle. Nel linguaggio dell’alpeggio si parla di disalpo o demonticazione.
Nel Biellese la tradizione individuava proprio nel 29 settembre, festa di San Michele, il momento di conclusione della stagione d’alpeggio. Una ricerca della Provincia di Biella sulla storia della monticazione ricorda che già gli Statuti medievali stabilivano regole precise sull’utilizzo delle alpi e che la consuetudine più recente fissava la discesa a San Michele.
Era quindi una data molto più importante di quanto possa sembrare oggi. Il ritorno delle mandrie significava chiudere la stagione in montagna, sistemare gli alpeggi e prepararsi ai mesi freddi.
E il suono dei campanacci che accompagnava la discesa doveva avere un significato inequivocabile: l’estate era ormai agli sgoccioli.
San Michele, il vero Capodanno dei contadini
Il 29 settembre non era soltanto una ricorrenza religiosa. Per secoli San Michele ha rappresentato uno dei principali appuntamenti del calendario agricolo e rurale.
La data coincideva con numerose scadenze legate alla vita economica delle comunità rurali. In molte zone alpine la transumanza era tradizionalmente compresa tra San Bernardo, il 15 giugno, e San Michele, il 29 settembre: l’andata verso i pascoli estivi e il ritorno a valle.
Non è casuale neppure il fatto che queste date corrispondessero a due passaggi climatici importanti: l’inizio della stagione estiva e quello dell’autunno.
Per questo San Michele può essere considerato, con una certa approssimazione, il vecchio “capodanno” della società contadina: una data che segnava la fine di un ciclo e l’inizio di quello successivo. D’altro canto, nella credenza popolare, San Michele con la sua “spada di luce” simboleggiava proprio il passaggio verso il buio e il semestre freddo.
Prima dell’autunno c’era ancora il lavoro
La fine dell’estate non significava però riposo. Al contrario, settembre era un mese intenso.
Bisognava raccogliere gli ultimi prodotti dell’orto, preparare le provviste per l’inverno, mettere ordine nelle cascine e nelle stalle. Era il momento delle conserve, delle marmellate, dell’essiccazione della frutta e di tutte quelle attività che permettevano alle famiglie di affrontare i mesi più difficili.
Anche la luce cambiava. Le giornate si accorciavano, le mattine diventavano più fresche e in montagna il primo freddo ricordava che non sarebbe stato possibile restare in quota ancora a lungo.
Per chi viveva seguendo il ritmo della natura, non serviva una data sul calendario per capire che l’estate era finita.
Le feste di paese e i pellegrinaggi
Il passaggio tra estate e autunno era anche un periodo di feste, ricorrenze religiose e momenti comunitari.
Nel Biellese il calendario delle borgate e dei paesi era scandito dalle feste patronali e dalle occasioni in cui le comunità si ritrovavano dopo i mesi dei lavori estivi. Anche i pellegrinaggi verso i santuari, primo fra tutti Oropa, rappresentavano una parte importante della vita religiosa e sociale del territorio.
Era una stagione di passaggio anche dal punto di vista umano: dopo l’estate trascorsa tra campi, alpeggi e lavori stagionali, le comunità tornavano progressivamente ai ritmi dell’autunno e dell’inverno.
Quando settembre era davvero “il mese che cambia tutto”
Oggi tra agosto e settembre il passaggio è quasi impercettibile. Le vacanze possono proseguire, i negozi riaprono, le scuole ricominciano e il caldo può accompagnarci ancora per settimane.
Per i biellesi di un tempo, invece, settembre aveva un significato preciso.
Il ritorno degli animali dagli alpeggi, il fieno ormai raccolto, le provviste preparate per l’inverno, le giornate più corte e infine San Michele costruivano una sorta di conto alla rovescia naturale.
E così, se volessimo stabilire quando finiva davvero l’estate nel vecchio Biellese, la risposta sarebbe semplice: l’estate finiva quando dalle montagne cominciavano a scendere le mandrie. E, simbolicamente, il 29 settembre, a San Michele, il Biellese contadino sapeva che era arrivato il momento di chiudere la stagione calda e prepararsi all’autunno.
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