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Più poveri ma sempre vivi

Polenta e Cervo: la rubrica di Benito Possemato

BIELLA – Le pensioni vigenti al primo gennaio 2020 in Italia e liquidate nel 2019 sono state 17.893.036 di cui quasi 14 milioni di natura previdenziale (vecchiaia, invalidità e superstiti) e i restanti 4 milioni di natura assistenziale (invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali).
Per quel che riguarda invece i dipendenti pubblici a qualsiasi livello e impiego in Italia, secondo fonti certe del Sole24ore, nel 2017 sfioravano i 3milioni e mezzo di un’unità per i quali lo Stato italiano spende 163 miliardi di euro all’anno di cui 41 miliardi per la scuola, 40 per la sanità, 21 per gli enti locali, 17 per le forze dell’ordine e gli spiccioli per il resto con i magistrati al vertice degli stipendi e i dipendenti comunali in coda, con l’ultima chiosa per mio vezzo di curiosità.
Del nostro deficit pubblico già stellare che, grazie alle spese per emergenza Covid raggiungerà vette che in Italia non scaleremo mai più, neanche perdo tempo a scriverne.

Questi pochi numeri servono per chiarire a chi legge il peso della previdenza sociale e del funzionamento dell’apparato statale sui nostri conti pubblici, ma la domanda che dovremmo porci per avere consapevolezza di cosa potrà capitare ai sopravvissuti pandemici è la seguente: lo Stato italiano in che modo si finanzia per sostenere le enormi risorse necessarie per l’ottimale funzionamento di, sanità, welfare e uffici amministrativi ? Pare un quesito scontato ma talvolta a scambiare due chiacchere in città mi accorgo che così non è per tutti.
Da piccolo imprenditore frustrato dalla chiusura coatta è lo stesso quesito che vorrei porre in viso ai molti che in questi giorni cupi (soprattutto pensionati che incrocio tra i miei conoscenti che un po’ mi guardano dall’alto della loro mascherina spesso sotto il naso e con l’occhio liquido della compassione per il difficile momento economico), mi lamentano addosso: “Dai che passerà, nel ’44 è stato peggio in ogni caso per fortuna che io sono in pensione”.
Ecco, concentriamoci sulla parte di questa frase che un po’ mi fa salire il gamulino, quella egoistica e in verità spietata come una sentenza: “per fortuna che io sono in pensione” che è speculare a “per fortuna che ho lo stipendio pubblico” perché dà contezza che in molti concittadini ignorino ciò che dovrebbe essere scontato se tutte e tutti avessimo coscienza che lo Stato siamo noi e non un’entità marziana che ci paga pensioni e stipendi, in troppi paiono non averlo ancora compreso.
La fiscalità generale (pur con tutte le innegabili storture italiche, dagli sprechi, alle tangenti, all’evasione di capitali nei paradisi fiscali ), si regge sulla nostra capacità italica di produrre ricchezza, in particolare sul settore secondario del manifatturiero, sulla nostra impresa che esporta la creatività italiana e fa entrare nel Paese capitali freschi e regolari, a ruota seguono i settori terziario e di peso dei servizi e il primario agricolo, è nel virtuosismo di questo circuito economico che in Italia si reggono la previdenza e i servizi alla persona, cosi misuriamo la nostra qualità della vita occidentale.
Se con il Covid il sistema Italia va in cortocircuito e il rischio è concreto è pur vero che a posteriori potremo esclamare dall’alto delle nostre macerie economiche “è passata, nel ’44 è stato peggio, ma per fortuna io sono ancora vivo” ma avremo impresari senza imprese, banche senza liquidità privata, pensionati senza pensioni, dipendenti senza stipendi e sopravvissuti senz’altro più poveri.

Benito Possemato

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