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L’ansia che toglie il fiato più del virus

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Fonzarelli di provincia

BIELLA – Questa seconda chiusura porta con sé il brivido di una folata di vento del cambiamento. Che però non è quello, in qualche modo auspicabile, generato dal timoroso impatto primaverile con il virus e le sue conseguenze. Archiviati il mielismo e la gratitudine, ci siamo fatti carico di una buona dose d’intolleranza a ogni provvedimento per dar luogo a reazioni scomposte nel lessico e nelle azioni.

Abbiamo messo in campo una deresponsabilizzazione di massa, che ora si mischia alla frustrazione di aver perso un giro e di essere tornati alla casella di partenza. Frustrazione a sua volta sommata all’evidenza dell’inedia praticata in questi mesi da istituzioni di ogni ordine e grado, immobili nella speranza che tutto si consumasse un bel giorno come al risveglio da un brutto sogno. È stato allora che è partita l’evocazione della piazza come pentola a pressione sociale pronta a far saltare il coperchio, proprio in un momento in cui la piazza è sanitariamente parecchio inopportuna.

Senza perderci in inutili dietrologismi, il fuoco è stato di paglia così come la coda di chi ha tentato goffamente di cavalcare i pochi eventi sparsi qua e là, su e giù per l’Italia e le sue vetrine rotte. Non che il malcontento sia scomparso, ma si prende i suoi tempi e i suoi modi. Come da noi qui in città, dove domenica scorsa ha occupato l’ormai consueto spazio di fine struscio buono per raccogliere l’espressione del dissenso, ma soprattutto per capitalizzare la curiosità di chi passa di lì per caso e viene arruolato dai numeri della questura, degli organizzatori e dei giornali, sempre in conflitto tra di loro nel misurare l’applausometro.

Una piazza meno silenziosa dei propositi, se poi si è presentata con il palco e un impianto di amplificazione. Con un concetto tutto suo del distanziamento.

E punteggiata dai volti scoperti di chi ostentava avversione a una mascherina sanitaria qualsiasi sentendosi per questo un novello e contemporaneo Che Guevara. Ma tutto ciò, al netto degli evidenti problemi sanitari ricordati dagli organizzatori con annunci formali più buoni a sgravarsi di una responsabilità che a convincere, potrebbe essere ascrivibile all’elemento folkloristico tipico di questi raduni.

I contenuti hanno invece e senza dubbio presentato qualche elemento di novità: l’evoluzione lessicale e del dibattito sociale in corso, ora che la realtà ha sbattuto la porta in faccia a chi negava l’esistenza del problema, ha contribuito alla nascita del neo-negazionismo. Una formula prudenziale e subdola, che pone all’incipit di ogni intervento al microfono (a cui sarebbe stato ben più prudente parlare con la mascherina indossata per bene per non farlo diventare una sputacchiera di pericolosi droplet) la seguente formulazione: “Io non sono negazionista, ma…”. Che è un’introduzione al negazionismo light, quello che capisce il problema ma in fondo se ne frega e pensa ai fatti suoi.

Insomma il virus è mutato, ma nemmeno le parole scherzano più e improvvisano nuovi itinerari semantici. Come spesso accade in situazioni come queste, è mancato lo sguardo d’insieme, forse perso sull’ombelico di ognuno dei partecipanti. Una condizione che ha favorito, in un ininterrotto flusso di coscienza, la rappresentazione dell’incontro allargato di un gruppo di auto mutuo aiuto di quelli che si vedono spesso nei film americani. Una condivisione di esperienze personali che non aggiungevano certo elementi di novità, mischiata a casaccio con parole d’ordine ormai vetero-negazioniste al grido di dittatura sanitaria e con fantastici appelli olistici da contrapporre alle terapie sanitarie.

Il racconto che ne viene fuori non è certo viziato dall’intenzione di denigrare questa o qualsiasi piazza possibile, anzi. C’è da inventarsi una protesta a prova di contagio, ma dimentica dei personalismi che ci affliggono e spostata su livelli sociali più inclusivi. Queste iniziative piccole o grandi, pacifiche o meno, sono la cartina tornasole di una preoccupazione che comincia a togliere il fiato più del virus. Restare a guardarle serve a poco, e giudicarle probabilmenteancora meno. Ci sarebbe altro da fare e non sappiamo ancora bene cosa.

Lele Ghisio

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