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La scelta del biellese Vittorio, a 17 anni in Corea

L’esperienza di Vittorio Vatteroni: “I coreani sono molto ospitali, ma per noi è facile fare gaffe… Un difetto? Il sistema sanitario totalmente privatizzato”

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A 17 anni si può temere la lontananza da casa. Oppure si può scegliere di partire per l’altra parte del mondo, senza conoscere perfettamente le abitudini di un Paese, per poi scoprire l’Estremo Oriente.

Ha scelto questa seconda opzione il giovane biellese Vittorio Vatteroni, studente del Liceo economico sociale, che con lo scambio culturale del Rotary Club ha vissuto un anno scolastico in Corea del Sud, “una curva inattesa” capace di cambiargli il modo di vedere la linearità della vita.

Il biellese Vittorio Vatteroni, dodici mesi in Corea a 17 anni: “Devo molto a mio padre e a mia madre”

«Mi definisco un pessimo italiano – scherza – perché non sono mammone». Dietro questa frase però c’è un’immensa gratitudine verso i genitori: «Devo molto a mio padre e a mia madre, che mi hanno sempre concesso esperienze e una certa libertà».
Ma a spingerlo verso l’indipendenza è stato anche il Biella Rugby, «grazie al quale ho imparato presto a stare lontano da casa, ad autogestirmi e a vivere in gruppo».

Al momento della scelta, si potevano indicare quattro destinazioni preferite e la fortuna lo ha premiato proprio con il Paese che più desiderava. «Mi affascinava la Corea del Sud e la sua cultura culinaria, scoperta attraverso i video di HumanSafari».

La sua destinazione è stata la città costiera di Busan. Qui ha frequentato una scuola simile a un alberghiero, entrando persino nel club di cucina. «La scuola mi ha colpito molto: forniva i vestiti per la palestra e ognuno di noi era dotato di un portatile. Mi ha stupito quanto le lezioni fossero avanti sull’informatica e sugli aspetti legati all’intelligenza artificiale».

“I coreani sono molto ospitali, ma è facile fare gaffe”

Più lento è stato l’adattamento ai codici sociali: «I coreani sono molto ospitali – racconta –, ma esiste una sorta di aura invisibile fatta di regole non scritte. Piccoli comportamenti per noi normali lì possono risultare maleducati».
Ricorda ancora le prime gaffe: «Brindare tenendo il bicchiere più in alto rispetto a qualcuno di più grande o ricevere un oggetto con una sola mano».

Tra le differenze culturali che più lo hanno colpito c’è il forte senso civico. «Se qualcuno trova un oggetto per strada, lo mette in evidenza perché il proprietario possa recuperarlo. Anche il senso di comunità è molto forte».
Ha apprezzato ancora l’immenso verde trovato a due passi dalla città.

“Difetti? Il sistema sanitario totalmente privatizzato”

Non tutto, però, gli è piaciuto. Il sistema sanitario, ad esempio: «È totalmente privatizzato». Ha inoltre percepito forte il tema della perfezione: «C’è molta pressione sull’apparenza e sulla prestazione scolastica».
Durante i mesi in Asia ha visitato anche Laos e Thailandia e conosciuto persone nuove, tra cui Martina, l’altra ragazza italiana con cui ha condiviso l’esperienza.

Nel frattempo ha messo in pausa il teatro, che praticava da 9 anni, colmando il vuoto con la lettura e «rispolverando la penna» sul diario di viaggio.
Più del K-pop, che lì suona ovunque, gli è rimasta impressa la storia del paese: «La Corea porta ancora le cicatrici lasciate dall’occupazione giapponese».

“Un’esperienza così totalizzante ti fa perdere la bussola”

Tornato in Italia, Vittorio ammette: «Una parte di me è cresciuta. Un’esperienza così totalizzante ti fa perdere la bussola, perché capisci che la vita non segue davvero una linea retta fatta solo di scuola, lavoro e famiglia. È piena di curve inattese, ed è proprio lì che succedono le cose più belle». E alla fine, sebbene intraprendente, come italiano non è così pessimo: «Al ritorno, ho rivelato a mia madre che nei mesi ho cercato di distrarmi, ma arrivato alla fine la volevo genuinamente rincontrare».

E non è cambiato solo lui: «Anche l’ambiente familiare: è stato bello vedere cresciuti i miei fratelli. Il prossimo sogno è portare la mia famiglia in Corea, per mostrare loro i posti che ho vissuto e apprezzato. E continuare a viaggiare».

Alessia Fazzari

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