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In ricordo della professoressa Bianca Biesuz

In verità, so poco e nulla di Bianca Biesuz. Della sua vita, delle sue amicizie, dei suoi amori. Non so nemmeno quando sia morta di preciso. Se lo ha fatto oggi o se ha deciso di andarsene la scorsa settimana. So solo che, dieci minuti fa, ho ricevuto un messaggio da un amico. Un compagno di liceo. Gualtiero Garbolino. E so che "la" Biesuz è una di quelle che non si dimenticano.

In verità, so poco e nulla di Bianca Biesuz. Della sua vita, delle sue amicizie, dei suoi amori.
Non so nemmeno quando sia morta di preciso. Se lo ha fatto oggi o se ha deciso di andarsene la scorsa settimana. So solo che, dieci minuti fa, ho ricevuto un messaggio da un amico. Un compagno di liceo. Gualtiero Garbolino.
E so che “la” Biesuz è una di quelle che non si dimenticano.

In verità, so poco e nulla di Bianca Biesuz. Della sua vita, delle sue amicizie, dei suoi amori.
Non so nemmeno quando sia morta di preciso. Se lo ha fatto oggi o se ha deciso di andarsene la scorsa settimana. So solo che, dieci minuti fa, ho ricevuto un messaggio da un amico. Un compagno di liceo. Gualtiero Garbolino.
E so che “la” Biesuz è una di quelle che non si dimenticano.

Già vecchia 30 anni fa, in classe indossava il rigoroso grembiule marrone.  Un folle anacronismo persino per quei tempi.
Il fazzoletto nella tasca sinistra. Lo estraeva sovente. Lo passava sotto il naso. Nella destra, penne e matita.  Occhiali spessi, sguardo severo, sorrisi radi, capelli d’anziana signora che non perde un sabato dalla “pet’noira”.

Arcigna, avrebbe detto qualcuno. Era la fine degli anni ’80 e la cornice di questa storia minima è il Liceo Scientifico Statale A. Avogadro di Biella. Noi eravamo “quelli della B”.  Era l’era di Daffonchio, dei coniugi Ieva, della Deallegri (altra, superba, indimenticabile donna), di Beltramo, della Padino, di Marceddu. Della Latanza, che oggi non riesco a taggarla ma che ogni tanto ancora ci parlo Era l’epoca di Fulvio Conti. Lasciatemi citarlo a parte. Che al liceo scientifico, non al classico, mi mostrò la bellezza delle parole. Io me ne innamorai. Per sempre. E la mia vita cambiò.

Era l’epoca degli scapestrati come noi, che scrivevano giornaletti clandestini, organizzavano manifestazioni non autorizzate, si facevano sospendere per una settimana a causa dei danni procurati durante la gita di classe. A quei tempi, già moderni ma non troppo, Bianca Biesuz era lo stereotipo della Maestrina dalla penna rossa. E pareva persino glaciale. Terribile. Implacabile.

Un giorno tornai a casa e trovai mio padre inchiodato sulla porta. Aveva la faccia più feroce di sempre: “La Biesuz ci ha chiamati a scuola. Mamma e me. Ci ha mostrato due compiti in classe nei quali hai preso 5. Hai falsificato la mia firma (alla fine degli anni ’80, che ci crediate o no, i compiti in classe, una volta corretti, andavano fatti firmare dai genitori; ndr). Quella povera donna tremava. Ha detto che non ti denuncerà al Preside, perché altrimenti finirebbe male. Molto male. Ma tremava, mentre lo diceva. Ti rendi conto di quello che hai fatto? Ti rendi conto di quale delusione hai dato a noi e a quella brava donna? Vergognati di te stesso”.

Già.  La perfida Biesuz, donna d’altri tempi, quel giorno non mi denunciò. Era tutto vero. E lei non mi denunciò. Grazie, Donna Bianca. A te, ai tuoi infiniti esercizi di grammatica e sintassi, al tuo grembiulaccio marrone, al tuo fazzoletto e alle tue penne nella tasca di destra. Al tuo essere fuori da tutto: dal tempo, dalle politiche di quel vecchio istituto, dai noiosi consigli di classe.
Grazie. Da questo vecchio bimbo cresciuto. Che oggi, guarda caso, per lavorare ha bisogno di parlare inglese.

Edoardo Tagliani