Attualità
Gli ambientalisti a Meloni: “Fermate la diga sul Sessera”
Dopo la richiesta del Via bocciata al Baraggia si punta alla svolta
La gestione delle risorse idriche piemontesi diventa un caso nazionale e bussa direttamente alle porte del Governo.
Gli ambientalisti a Meloni: “Fermate la diga sul Sessera”
Le associazioni ambientaliste Custodiamo la Valsessera, Circolo Tavo Burat e Comitato Tutela Fiumi hanno preso carta e penna per inviare una diffida formale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, guidata da Giorgia Meloni. La richiesta è netta: azzerare e riconsiderare i criteri della graduatoria 2024 del Piano nazionale di interventi infrastrutturali per la sicurezza del settore idrico. Secondo i firmatari, i presupposti normativi e i requisiti di cantierabilità che avevano permesso a determinati macro-progetti locali di accedere ai fondi della Legge di Bilancio sono ormai superati dai fatti, imponendo una revisione immediata delle priorità di spesa dello Stato.
A far saltare il banco e a innescare la mobilitazione è un recente e cruciale verdetto burocratico: il rigetto dell’istanza di proroga della Valutazione di impatto ambientale per il progetto della nuova diga in Valsessera. Questo stop accademico e legale obbliga di fatto il Consorzio di bonifica della Baraggia a ricominciare da zero l’intero e complesso iter approvativo. In precedenza, sia il progetto del nuovo invaso sia quello del passante Elvo-Ingagna avevano ottenuto punteggi altissimi in graduatoria proprio perché considerati “immediatamente cantierabili”, forti di pareri favorevoli che oggi, tuttavia, sono decaduti o non più validi. Uno scenario radicalmente mutato: l’opera non è più all’ordine del giorno e questo, per gli ambientalisti, deve comportare l’automatica perdita della posizione privilegiata nella corsa ai finanziamenti pubblici. Un altro punto critico sollevato riguarda il passante Elvo-Ingagna, la cui gestione è transitata dall’Egato 2 al Consorzio Baraggia. Secondo gli ambientalisti, questo cambio di titolarità confermerebbe la reale natura dell’opera: non un intervento destinato prioritariamente al consumo umano, ma una strategia per aumentare gli afflussi verso l’invaso dell’Ingagna con finalità prevalentemente irrigua.
Sebbene l’uso potabile delle acque sia un elemento importante, i volumi destinati all’agricoltura risulterebbero di gran lunga superiori. L’istanza, inviata anche al Commissario straordinario nazionale per la scarsità idrica e alla Direzione generale per le dighe, si chiude con un appello al buon senso infrastrutturale. Le tre associazioni chiedono che la priorità assoluta venga data al recupero delle capacità di invaso già esistenti. Prima di procedere con nuove grandi opere dall’impatto irreversibile, sostengono, è fondamentale ottimizzare le strutture attuali, limitate da interramenti e mancanza di manutenzione, garantendo così una risposta più rapida, economica e sostenibile alla crisi idrica.
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