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“Farò il parroco ascoltando la gente”

Intervista a don Paolo Boffa Sandalina, nuovo parroco di Santo Stefano a Biella.

La parrocchia di Santo Stefano ha dato il benvenuto al canonico don Paolo Boffa Sandalina. Domenica scorsa, 13 ottobre, in Duomo, circondato dall’affetto di fedeli ed autorità, il sacerdote ha fatto il suo ingresso ufficiale nella nuova comunità.
A poche ore dal grande evento abbiamo intervistato il neo parroco, per conoscerne pensieri e sensazioni.
Con quale spirito affronta il nuovo servizio ministeriale nella parrocchia di Santo Stefano e quali obiettivi si prefigge? «Non le nascondo la trepidazione delle settimane scorse… sicuramente nella giornata di domenica, al di là dei sentimenti di commozione, mi è parso di toccare con mano dentro di me una sorta di pace, direi quasi di affidamento che mi ha permesso di vivere la celebrazione di domenica con molta intensità. Non penso di avere obiettivi miei, spero di riuscire ad annunciare ma soprattutto testimoniare il Vangelo attraverso la cura di questa comunità che mi è stata affidata».
Cosa vuol dire essere parroco oggi e come è cambiata la società rispetto al passato? «Essere parroco significa soprattutto avere a cuore la cura dei legami. Tutti i legami, quelli tra le persone e con le persone e il legame che ci costituisce come figli con il Dio della vita. Legami di fraternità e di fede, mai gli uni senza gli altri. La comunità dunque è come un’opera sempre in costruzione, in divenire… spero di riuscire ad accompagnare questo cammino».
Chiese ed oratori svolgono ancora il ruolo aggregativo e di incontro per la comunità? «Ecco mi ricollego proprio a quanto detto prima, la cura dei legami. La bellezza dell’incontro. Mi pare che i nostri ragazzi abbiamo bisogno di questo, travalicando una sorta di aggregazione che molti altri ambienti possono portare a diversi livelli, noi ci incontriamo per scoprire una presenza, quella del Signore, che trasforma l’esistenza».
Cosa significa essere parroco a Santo Stefano, principale parrocchia di Biella? «Sicuramente tra qualche anno sarò in grado di rispondere a questa domanda, per ora cerco di concentrarmi sul mio essere pastore, in ascolto della comunità che tutta devo conoscere, cercando di fare tutto in punta di piedi e con calma. Mi ha colpito molto, in questi giorni di preparazione, una frase del profeta Isaia: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza”».
Si parla oggi di calo delle vocazioni, come mai? Cosa si potrebbe fare per coinvolgere i giovani? «Per davvero c’è un calo delle vocazioni? Forse secondo i nostri parametri umani, secondo i nostri schemi, secondo quanto noi siamo abituati. Forse… oppure il Signore continua a guidare la sua chiesa e a far crescere silenziosamente il suo Regno … mi ha colpito molto il fatto che il giorno precedente il mio inizio di ministero parrocchiale con la parrocchia di Santo Stefano tanti giovani siano stati a Torino, alla Piccola Casa della Divina Provvidenza, per la professione religiosa di suor Agnese Rondi, una giovane cresciuta in oratorio a Santo Stefano… Il Signore ancora riesce a stupirci, occorrono solo occhi e cuore per cogliere che lui è all’opera».
Quando ha iniziato il suo percorso sacerdotale? Quali sono state le “tappe principali”? Le mancheranno le parrocchie di Cossila e Favaro? «Sono diventato prete proprio vent’anni fa, tra qualche giorno, insieme a don Luigi Tajana. Da sempre ho vissuto il mio servizio in Valle Oropa, conducendo le tre parrocchie in un’unità della vita pastorale senza perdere le tradizioni e le specificità di ciascuna comunità, e al tempo stesso sempre affiancando servizi diocesani. I parrocchiani di Cossila e Favaro sono sempre stati molto pazienti con me, anche in questi due ultimi anni, per via del servizio come vicario generale. Domenica mattina prima di lasciare la casa parrocchiale di Favaro, ho pensato di non scendere subito a Biella, ma sono salito ad Oropa, davanti a quel volto che tutti noi conosciamo! E da lì, sono sceso a Biella. Quando noi preti cambiamo servizio non dimentichiamo, ma trasformiamo i legami… ecco sempre loro! Aver cura di loro, dei legami, delle persone. E loro a prenderci cura di noi, come uomini e come preti»

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