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Mangia che ti passa

"A 'jandarìa tre panse....", ci vorrebbero tre pance,  diceva mio nonno Giulio quando, un paio di volte l'anno, mi portava, bambino, a mangiare ad Oropa dal suo amico Vittino che ci travolgeva di antipasti, ci sopraffaceva di polenta e agnolotti, ci schiantava di brasati e trote al burro.

“A ‘jandarìa tre panse….”, ci vorrebbero tre pance,  diceva mio nonno Giulio quando, un paio di volte l’anno, mi portava, bambino, a mangiare ad Oropa dal suo amico Vittino che ci travolgeva di antipasti, ci sopraffaceva di polenta e agnolotti, ci schiantava di brasati e trote al burro.

“A ‘jandarìa tre panse….”, ci vorrebbero tre pance,  diceva mio nonno Giulio quando, un paio di volte l’anno, mi portava, bambino, a mangiare ad Oropa dal suo amico Vittino che ci travolgeva di antipasti, ci sopraffaceva di polenta e agnolotti, ci schiantava di brasati e trote al burro.  Correvano gli anni ’50 del secolo scorso e tutti noi, parlo di quelli che allora si definivano proletari, ci affacciavamo ad un benessere che aveva la sua principale espressione nel cibo: tanto, variato in casa e fuori, per dimenticare le privazioni, la borsa nera, la pellagra, esaltati e al tempo stesso narcotizzati dal torpore dei processi digestivi pure loro in fase di rodaggio.
Oltre cinquant’anni dopo mi scopro, spesso, a fare le stesse riflessioni del nonno Giulio, ma senza la sua gioia compiaciuta, senza la soddisfazione di essere usciti da un tunnel di miseria e privazioni.

Con l’inquietudine del sovrappeso, del diabete, delle cardiopatie, della gotta, dei trigliceridi vaganti e assassini.  Ma come faccio, come facciamo, come si fa a resistere alle suggestioni lutulente dei mille e mille mangiari che dalle televisioni, dai giornali e dalla rete si rovesciano nelle nostre vite spesso infelici, precarie, stente per la perdita di status e di tutti gli orpelli che decenni di esistenzialismo drogato hanno impresso nel DNA di tutti e di ciascuno ?  Il cibo diventa allora un farmaco per la mente e l’anima, esattamente come nel dopoguerra quando serviva a cancellare ciò che eravamo stati, ma, al contrario, per dimenticare nell’ottundimento dei succhi gastrici ciò che non saremo mai più.

Guardiamoci intorno e calcoliamo quanto il cibo (visto, parlato, preparato e/o consumato) occupa delle nostre giornate: le televisioni a tutte l’ore, i canali tematici, le gare, i masterqualunquecosa, chef tiranni e stronzi come rockstar, e i blog, e le recensioni e le ricette su giornali e rotocalchi.  L’EXPO nato per sviluppare riflessioni su come “nutrire il pianeta”, ridotto ad un’immensa mangiatoia (“A jandarìa tranta panse”); chiedete a chi c’è stato cosa ricorda di più: l’hamburger di alligatore ?  L’estate e le nostre valli si ammorbano dei fumi delle grigliate e ogni sera, volendo uscire, si deve decidere se optare per la sagra del merluzzo, quella del salamino, della busecca, della frìttola, sagre nate nel nome di madonne e santi, spesso digiunatori e ora riconvertiti in patroni degli obesi. Qualche bello spirito, carpe diem, s’è inventato le “cene in bianco”;  ci si porta tutto da casa: tavoli, sedie, piatti, cibi e, vestiti di bianco, si mangia si beve e si rutta in compagnia all’interno di una efficace metafora della quotidianità delle nostre vite condannate ad andare in bianco.

Cedo, mi arrendo.  Anch’io mangio che, forse, mi passa.

giulianoramella@tiscali.it

La rubrica di Giuliano Ramella viene pubblicata ogni sabato sulla Nuova Provincia di Biella

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