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La morte è uguale per tutti

Siamo tutti e tutte uguali di fronte alla morte, alla malattia, agli eventi tragici? Questa domanda dovrebbe avere una sola ed unica risposta: sì. Questo almeno è ciò che ci è stato insegnato fin da piccoli dall’educazione cattolica che, in buona parte, abbiamo ricevuto o che abbiamo semplicemente assorbito vivendo in questa società. A leggere come vengono trattati certi fatti dall’informazione possiamo, invece, affermare tranquillamente di no.

Siamo tutti e tutte uguali di fronte alla morte, alla malattia, agli eventi tragici? Questa domanda dovrebbe avere una sola ed unica risposta: sì. Questo almeno è ciò che ci è stato insegnato fin da piccoli dall’educazione cattolica che, in buona parte, abbiamo ricevuto o che abbiamo semplicemente assorbito vivendo in questa società. A leggere come vengono trattati certi fatti dall’informazione possiamo, invece, affermare tranquillamente di no.

Siamo tutti e tutte uguali di fronte alla morte, alla malattia, agli eventi tragici? Questa domanda dovrebbe avere una sola ed unica risposta: sì. Questo almeno è ciò che ci è stato insegnato fin da piccoli dall’educazione cattolica che, in buona parte, abbiamo ricevuto o che abbiamo semplicemente assorbito vivendo in questa società. A leggere come vengono trattati certi fatti dall’informazione possiamo, invece, affermare tranquillamente di no.

Se è cosa nota che dell’evasore totale beccato dalle forze dell’ordine non solo non conosciamo il nome e neppure il luogo di lavoro mentre, al contrario, del piccolo spacciatore di droga sappiamo anche il numero dei suoi famigliari; in maniera analoga vediamo trattati gli eventi luttuosi. Il suicidio di un “poveraccio” viene scandagliato, sezionato, raccontato fin dentro ai più macabri particolari.

La fattura della corda con la quale si è impiccato, la pietra sulla quale si è schiantato buttandosi dal ponte, la marca dei farmaci letali che ha ingerito. Per il “potente”, il ricco, il “figlio di” invece è tutta una gara ai sinonimi, al detto e al non detto, al sottointeso, alle incredibili virtù di quando era in vita. Mentre per i primi nulla viene lasciato all’immaginazione, per i secondi è tutto un fiorire di interpretazioni.

Perché però diamo, a Biella e altrove, questo tipo di informazione? Perché dalle famiglie dei “poveracci” non si temono “ritorsioni” legali per aver dato alla pubblica opinione particolari intimi di quello che dovrebbe essere un fatto privato e un dolore per amici e parenti? Sicuramente sì ma questo dovrebbe essere un valore, un principio assoluto, indipendentemente dalle origini, dal blasone o dalle ricchezze che, in vita, la persona possedeva.

Io ho sempre provato repulsione e schifo viscerale per i plastici di Bruno Vespa che – con improbabili esperti – raccontavano, per esempio, l’uccisione del piccolo Samuele Lorenzi a Cogne o di Meredith Kercher a Perugia. Eppure le trasmissioni di quel tipo hanno una grande audience così come i giornali che ne parlano. Ma c’è un limite? E qual è? Possiamo immaginarci, almeno in un territorio piccolo come il nostro, una moratoria del voyeurismo o, almeno, la stessa attenzione che si riserva per il “figlio di” anche per il figlio di “nessuno”?

Forse ne guadagneremmo in civiltà e anche in qualità per l’informazione in generale.

Roberto Pietrobon

www.alasinistra.org

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