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Rabbia sociale, diritti e mondo virtuale

Ecco “Pausa Caffè”, la rubrica settimanale di Giorgio Pezzana

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Dopo i fatti di sabato scorso a Torino, il quotidiano La Stampa è andato ad intervistare, a mio avviso giustamente, il leader storico di Askatasuna, il centro sociale oggetto della manifestazione dopo lo sgombero da parte della polizia. Andrea Bonadonna, così si chiama lo storico occupante del centro sociale, tra le molte cose dette, ha dichiarato che l’aggressione ad un poliziotto è certamente una cosa grave, ma ha aggiunto “…voi però ignorate la rabbia sociale…”.

In questi giorni il centro di Biella ha assistito alle gesta di uno o più piromani che, immotivatamente, hanno dato fuoco alle auto parcheggiate ed ai cassonetti dell’immondizia. E sempre in questi giorni, ancora a Biella, è comparso un adesivo che qualcuno giudica divertente, altri provocatorio, che dice: “Biella ma non ci vivrei”. Sono diverse sfumature di rabbia sociale? Pochi giorni or sono, fuori da un istituto scolastico cittadino, è stato necessario l’intervento dei carabinieri per sedare una rissa tra ragazze. Nulla di nuovo ormai da qualche tempo, non fosse per il fatto che sembra non ci sia più distinzione di genere neppure nel fare a botte. Anche in questo caso, rabbia sociale? Ma, per cercare di capire, dobbiamo chiederci cos’è la rabbia sociale e se è sempre motivata. Forse, come dice Bonadonna, è la reazione di chi non viene ascoltato.

E non vi è alcun dubbio che sia legittima la protesta di chi ha salari troppo bassi, di chi non riesce a curarsi perché la sanità privata emargina sempre più quella pubblica, di chi vive con pensioni da fame dopo anni di lavoro. Tra quelle pieghe lo Stato dovrebbe portare ascolto e rimedi e spesso non lo fa. Ma è sempre così? Non è che forse, in molti casi, si sono moltiplicate le aspettative al di là dei diritti e dei meriti reali? Vi sono modelli proposti dai social, protagonisti di certa musica (segnatamente rap e trap, per intenderci), pubblicità insistenti, che mostrano con frequenza adolescenti su auto di lusso, con vistosi orologi al polso e catene d’oro al collo, circondati da prosperose fanciulle, immersi in ville con piscine e parchi a perdita d’occhio, come se quella fosse la normalità, come se quelle fossero le cose che la vita dovrebbe riservare.

Ma poi il risveglio è brusco, perché quelle dimensioni sono raggiungibili solo per pochi, mentre la realtà ti ricorda ogni giorno che per vivere devi lavorare ed il lavoro è fatica. E spesso il lavoro non c’è e quindi non ci sono neppure i soldi per un panino al McDonald. Ed allora cresce la rabbia, appunto la rabbia sociale, che innesca un cortocircuito in cui le giuste rivendicazioni e la violenza s’incontrano rivelando come, purtroppo, soprattutto tra i giovani, il confine tra virtuale e reale si sia fatto troppo labile.

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