BiellaPausa Caffè
Ospedale e ospedaletti: quando l’ottusità non paga
Ecco “Pausa Caffè”, la rubrica settimanale di Giorgio Pezzana
Trenta e più anni or sono vennero smantellati gli ospedaletti di Trivero, Bioglio, Gattinara, Santhià, perché ritenuti ormai inadeguati al cospetto di un sistema sanitario che guardava alle grandi specializzazioni che certamente non potevano essere attivate nei piccoli nosocomi. Ricordo ancora un attuale ministro, all’epoca assessore regionale, che un giorno mi disse, parlando del futuro della sanità piemontese: “Preferiresti la brioches ed il cappuccino ogni mattina in un piccolo ospedale o essere ricoverato in presidi ultraspecializzati in grado di garantirti le cure scientificamente più avanzate?”. La risposta parrebbe ovvia, ma fu lì, in quel periodo, che iniziò lo smantellamento della sanità pubblica a vantaggio di quella privata.
Perché la chiusura dei piccoli ospedali privò le comunità di una sanità più spicciola, di un’assistenza che certamente non avrebbe potuto garantire i trapianti di organi o le più avanzate cure oncologiche, ma che sapeva occuparsi di una frattura, sapeva gestire un parto, sapeva diagnosticare e curare vari malanni. Quei piccoli presidi rappresentavano un filtro prezioso per limitare gli accessi al Pronto Soccorso dell’ospedale di Biella, per ridurre il numero di ricoveri ed anche di prestazioni meno rilevanti.
Oggi è l’ospedale di Biella ad essere divenuto un presidio periferico, visto il continuo via-vai dell’elicottero verso l’ospedale di Novara, guardato con una sorta di venerazione. La chiusura di quei piccoli presidi però ha fatto si che tutto convergesse verso il capoluogo, generando sovraffollamenti al Pronto Soccorso ed affanni in tutti i reparti. Tanto che, chi se lo può permettere, per non sottostare a liste d’attesa bibliche, si rivolge alle diverse strutture private che nel frattempo sono fiorite sul territorio come i funghi in autunno.
Forse era proprio ciò che si voleva?
Intanto però è sopraggiunta una crisi economica che oggi vede quasi sei milioni di italiani che hanno rinunciato a curarsi perché le liste d’attesa sul fronte pubblico sono inaccessibili ed i costi di tante prestazioni in ambito privato sono, per molti, proibitivi. E quando la gente comincia a non curarsi più, significa che il sistema sanitario pubblico sta issando la bandiera bianca. Ma questo, uno Stato sociale non può permetterlo. Ecco quindi spuntare le case della salute e gli ospedali di comunità, servizi che garantiscono la riabilitazione, la cura di determinate cronicità, ricoveri sino ad un massimo di 30 giorni, piccoli interventi che possono essere affidati alla gestione infermieristica. Ve ne sono già diversi sul territorio, attivi dallo scorso aprile. Ma queste nuove realtà, non stanno facendo esattamente ciò che facevano i piccoli ospedali di Trivero, Bioglio, Gattinara, Santhià e molti altri, chiusi talvolta anche con prepotenza perché ritenuti inutili ed inadeguati?
Il triage del Pronto Soccorso ci rivela che l’80 per cento dei ricorsi al presidio di emergenza, non sono… emergenze. Ma l’ospedale è un presidio per i casi acuti e quindi sono indispensabili strutture alternative che si occupino delle situazioni non urgenti.
Ci sono voluti oltre trent’anni per capirlo.
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