BiellaPausa Caffè
Non di Medicina ma di finanze
Ecco “Pausa Caffè”, la rubrica curata da Giorgio Pezzana
C’era una volta un’etica interpersonale che imponeva a chi scriveva ad un giornale, soprattutto per confutare i contenuti di un articolo firmato dal giornalista, di firmarsi. Ma son tempi passati. Voglio comunque dire all’anonimo che commentando l’ultima “Pausa caffè” scrive “…nessuno di questi critici d’occasione si assume mai l’onere intellettuale e politico di proporre una soluzione ragionevole, sostenibile e matematicamente praticabile…”, che il compito del giornalista non è quello di risolvere i problemi, bensì di sottoporli all’attenzione di chi dovrebbe risolverli.
Ignorarlo significa non sapere cos’è il giornalismo.
Per contro, l’anonimo commentatore, anziché sperticarsi in ben due commenti lunghissimi, colmi della supponenza di chi vuole insegnare ad altri il mestiere, avrebbe potuto sintetizzare l’essenza dell’intero discorso con una sola frase: la legge 833, quella che nel 1978 istituì il Servizio Sanitario Nazionale, di fatto ha perso i suoi requisiti che erano sostanzialmente quelli dell’universalità del diritto alle cure e della gratuità.
Se si pensa infatti che oggi 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure perché gravate da liste di attesa insostenibili o troppo costose, basterebbe questo per dimostrare che quella legge è stata disattesa. Ma ha cominciato ad esserlo molto tempo fa, quando furono applicati per la prima volta i ticket che in questi giorni hanno subìto un ulteriore aumento. Dopodichè, se vogliamo sostenere che quella legge era, sin dall’inizio, insostenibile dal punto di vista finanziario considerando che i Governi italiani per la sanità pubblica hanno sempre stanziato somme che collocano il nostro Paese agli ultimi posti tra quelli che hanno aderito all’OCSE, lo possiamo affermare dati alla mano.
Il “tramonto” della sanità pubblica, pur non rappresentando un’emergenza nuova (ma che di certo va aggravandosi) viene considerato da molti irreversibile e destinato a portarci virtualmente alle situazioni di molti altri Paesi (per esempio la vicina Svizzera) ove la copertura delle spese sanitaria è in buona parte affidata al sistema assicurativo. Ma l’Italia non è la Svizzera (per questo ho scritto virtualmente) e quand’anche quel 19/20% di Irpef trattenuto dal lordo di salari, stipendi e pensioni per la sanità pubblica venisse lasciato in busta paga per consentire ai cittadini di stipulare contratti assicurativi a tutela della salute, non troverebbe riscontri reali poiché, al di là dei provvedimenti che possono essere adottati, occorrono una cultura ed una consapevolezza che nel nostro Paese mancano.
Affermare, come fa il mio anonimo interlocutore, che in Italia la popolazione invecchia, il che rende più ardua la gestione di un servizio di sanità pubblica generalizzato, è nel contempo una verità ed una banalità perché, proprio a fronte di un invecchiamento della popolazione e quindi di una maggiore fragilità, sarebbe necessario disporre di una sanità pubblica in grado di garantire quanto meno i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).
E concludo con un riferimento all’Asl di Biella: è pur vero che nel nostro ospedale, grazie alla professionalità di tanta parte degli operatori, di tanto in tanto vengono effettuali con successo interventi di assoluta eccellenza. Ma il problema della sanità pubblica non riguarda la parte medica, ma piuttosto quella amministrativa, ad ogni livello.
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Bb
1 Ottobre 2026 at 17:30
questo governo non capisce che la sanità pubblica va garantita, ma la lista di attesa si allunga sempre più per un esame ci vogliono otto mesi se ci va bene , ma loro intervengono sul bollo auto , facendo aumentare i ticket insomma un disastro , governo meloni vai a casa e non rompere più con la tua propaganda piena di bugie su tutto