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Il tramonto degli dei: anatomia della disfatta del calcio italiano

La nuova versione de “Il Dardo”, la rubrica di Guido Dellarovere

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Per decenni, l’Italia è stata l’ombelico del mondo calcistico. Il “Campionato più bello del mondo” non era solo uno slogan, ma una realtà certificata dai Palloni d’Oro che calcavano i campi di Serie A e dai trionfi internazionali dei nostri club.

Oggi, quel panorama appare come un ricordo sbiadito, sostituito da una crisi sistemica che ha trasformato l’eccellenza in un’affannosa rincorsa ai modelli stranieri. La “disfatta” non è un singolo evento, ma un processo di erosione che tocca ogni pilastro del nostro sport nazionale. Il fallimento della Nazionale e il deserto tecnico ne è il sintomo più evidente del declino è la crisi della Nazionale. Le mancate qualificazioni ai Mondiali (tre nelle ultime edizioni) hanno squarciato il velo. Nonostante l’exploit di Euro 2020, il movimento non produce più i “fuoriclasse” di una volta.

La sparizione del calcio di strada e la crisi dei settori giovanili, dove spesso si preferisce il fisicismo alla tecnica individuale, hanno creato un vuoto generazionale. I giovani talenti faticano a trovare spazio in Serie A, chiusi da un mercato esterofilo che cerca l’usato sicuro o la scommessa a basso costo. Mentre la Premier League è diventata una sorta di “Superlega” di fatto grazie a diritti TV astronomici e investimenti globali, la Serie A è rimasta prigioniera di infrastrutture obsolete. Secondo i dati del Report FIGC 2025, sebbene i ricavi siano in leggero aumento, il divario con le big europee resta colossale. Gli stadi italiani, in gran parte di proprietà comunale e risalenti a Italia ’90, sono zavorre economiche anziché motori di ricchezza. Senza impianti moderni e multifunzionali, i club italiani non possono generare quei ricavi commerciali necessari per competere sul mercato con i colossi del PSG, del Real Madrid o del Manchester City. Una passione che resiste, ma cambia pelle, nonostante i risultati deludenti, il calcio rimane il cuore pulsante dell’identità italiana.

Con oltre 30 milioni di appassionati e 1,5 milioni di tesserati (dati Lente Locale), l’interesse non accenna a diminuire, ma la modalità di fruizione è cambiata. Le nuove generazioni chiedono uno spettacolo più veloce e internazionale, mentre il sistema calcio Italia appare spesso autoreferenziale, lento nelle riforme e frenato da una burocrazia che impedisce anche il più piccolo ammodernamento strutturale. In conclusione: bisogna ripartire dalle basi, la disfatta può diventare il punto di partenza per una rifondazione? La ricetta è nota, ma difficile da applicare: investimento massiccio sui vivai, riforma dei campionati per ridurre il numero di squadre e aumentare la competitività, e una semplificazione legislativa per permettere la costruzione di nuovi stadi.

Senza una visione a lungo termine che vada oltre il risultato della domenica, il rischio è che il calcio italiano scivoli definitivamente verso una nobile decadenza, diventando un campionato di transito per i campioni di domani, anziché la casa dei campioni di oggi.

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