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Biella vista dall’IA: «Avete tutto, ma vi lamentate lo stesso»

Pregi e difetti della città in un botta e risposta con ChatGPT. Dalle montagne ai negozi chiusi, passando per i giovani che se ne vanno e le eterne discussioni su come cambiare le cose. Il verdetto della macchina è abbastanza chiaro: il potenziale non manca, la voglia di mettersi d’accordo un po’ meno

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Immagine generata da intelligenza artificiale

A Biella mettere tutti d’accordo è un’impresa quasi impossibile. C’è chi vede una città da rilanciare e chi una città in declino, chi difende le tradizioni e chi invoca il cambiamento, chi vorrebbe più iniziative e chi teme che ogni novità finisca per complicare le cose. Insomma, se chiedi a dieci biellesi un parere sulla loro città, rischi di ottenere undici risposte diverse.

Abbiamo provato allora a interpellare uno dei personaggi più in voga e cool dell’anno: l’intelligenza artificiale. Niente campanilismi, nessun interesse elettorale e, almeno in teoria, nessuna antipatia personale.

Le abbiamo chiesto quali siano i pregi e i difetti di Biella. Le risposte? A tratti sorprendenti, a tratti pungenti. E qualche biellese potrebbe non prenderla benissimo.

Dunque, intelligenza artificiale, partiamo dai fondamentali: quali sono i pregi di Biella?

Le montagne, innanzitutto. Avete le Alpi a due passi, il verde, l’aria buona e un territorio che altrove verrebbe venduto come un’esperienza esclusiva per turisti in cerca di autenticità. Voi lo date quasi per scontato. È un po’ come avere un ristorante stellato sotto casa e lamentarsi perché il pane non è abbastanza croccante.

Poi c’è la dimensione della città: abbastanza piccola da non dover pianificare una spedizione per andare da una parte all’altra, abbastanza grande da avere servizi, scuole, ospedali e attività culturali. In teoria, il compromesso perfetto tra la metropoli stressante e il paese dove l’evento della settimana è il camion della raccolta differenziata.

E i difetti?

Il problema è che Biella sembra spesso una città che ha tutte le carte in mano, ma prima di giocarle convoca una commissione per discutere il regolamento. Avete risorse, competenze, paesaggio e una storia industriale importante. Poi, quando si tratta di decidere come usare tutto questo, improvvisamente diventa complicato persino stabilire da che parte cominciare.

Se dovessi descrivere i biellesi con tre aggettivi?

Laboriosi, concreti e prudenti. Il quarto, che non mi avete chiesto ma aggiungo gratis, è diffidenti. Il biellese non è necessariamente contrario alle novità: preferisce soltanto aspettare che siano state sperimentate altrove, approvate da almeno tre persone fidate e possibilmente dichiarate innocue da un’apposita commissione.

Quindi siamo conservatori?

Non necessariamente. Siete affezionati alle vostre abitudini, che è diverso. Il problema nasce quando la difesa di ciò che funziona diventa la difesa di tutto ciò che esiste. Perché una città può conservare la propria identità senza conservare anche ogni suo problema.

Parliamo del centro. Negozi che chiudono, vetrine vuote, sempre meno gente. Di chi è la colpa?

Se cercate un colpevole unico, posso generare un nome in pochi millisecondi. Se cercate una risposta seria, la faccenda è più complicata.

Ci sono i cambiamenti nelle abitudini di acquisto, la concorrenza del commercio online, le difficoltà delle attività indipendenti, la perdita di residenti e la capacità di attrarre persone anche fuori dagli orari di lavoro. Poi ci sono le scelte urbanistiche e amministrative, che possono aiutare oppure ostacolare.

Il rischio è che tutti abbiano una spiegazione e nessuno si senta responsabile di una soluzione. Intanto le vetrine restano vuote, ma almeno sul perché siano vuote si può organizzare un dibattito molto partecipato.

E il “colpevole unico” del quale puoi generare un nome in pochi millisecondi…?

Il biellese medio. Quello che si lamenta perché i negozi chiudono, ma poi compra online; che vorrebbe il centro pieno di gente, purché gli altri ci arrivino a piedi; che chiede più iniziative, purché non facciano rumore sotto casa. Naturalmente è una generalizzazione: il biellese medio non esiste, ma è comodissimo quando bisogna dare la colpa a qualcuno.

Quindi gli amministratori sono innocenti?

Non ho detto questo. Loro hanno il compito di creare le condizioni perché il centro funzioni: accessibilità, parcheggi, servizi, eventi, spazi curati e una visione di lungo periodo. Ma neppure il miglior sindaco può obbligare qualcuno a comprare in un negozio. E nessuna politica commerciale può funzionare se i cittadini vogliono un centro vivo soltanto a condizione di non dover cambiare le proprie abitudini.

A proposito di centro: il sindaco vuole spostare il mercato di piazza Falcone ai Giardini Zumaglini. Una buona idea?

L’obiettivo di riportare persone in centro è comprensibile. Ma tra un obiettivo condivisibile e una soluzione efficace c’è di mezzo il progetto.

Bisognerebbe capire quali benefici produrrebbe il trasferimento, quali disagi comporterebbe, che cosa ne pensano gli ambulanti, come cambierebbero viabilità e parcheggi e se esistano alternative migliori.

Invece, a giudicare dal dibattito, il mercato rischia di diventare una specie di referendum sull’intera città: da una parte chi vuole cambiare Biella, dall’altra chi teme che il cambiamento peggiori le cose. Come se le due posizioni fossero necessariamente incompatibili.

E il sindaco che non sembra intenzionato a fare marcia indietro?

Un sindaco deve avere una visione e il coraggio di sostenerla anche quando incontra opposizioni. Altrimenti, per amministrare una città, basterebbe consultare il gruppo WhatsApp più numeroso.

Ma la determinazione non deve trasformarsi in una gara a chi resiste più a lungo. Cambiare un progetto dopo aver ascoltato obiezioni fondate non è una sconfitta: può essere il segno che il progetto è migliorato.

Naturalmente vale anche il contrario: protestare non dimostra automaticamente di avere ragione. Sarebbe bello se, oltre alle posizioni, si mettessero a confronto i dati. Ma capisco che una tabella con costi, benefici e conseguenze sia meno spettacolare di uno scontro politico.

I giovani, invece, continuano a guardare altrove. Perché?

Perché avere una bella vista dalla finestra non basta a pagare l’affitto, trovare un lavoro interessante o costruirsi una carriera.

Biella offre qualità della vita, tranquillità e un ambiente naturale notevole. Ma un giovane valuta anche le opportunità professionali, l’università, i trasporti, la socialità e la possibilità di conoscere persone nuove. Se per trovare ciò che cerca deve spostarsi altrove, prima o poi potrebbe decidere di spostarsi anche lui.

Il punto non è convincere i giovani che Biella sia bellissima. È dare loro ragioni concrete per restarci. Le montagne sono un ottimo argomento, ma difficilmente possono sostituire un contratto di lavoro.

Eppure in tanti dicono che qui si vive bene. Non stiamo forse diventando troppo pessimisti?

Sì, a volte. Biella ha un talento particolare nel raccontarsi attraverso ciò che perde: un negozio che chiude, un servizio che manca, un’attività che se ne va. Molto meno spesso si racconta attraverso ciò che funziona, chi investe, chi innova e chi prova a fare qualcosa di nuovo.

Il pessimismo, però, non va confuso con il realismo. Segnalare i problemi è utile. Trasformarli nell’unico argomento di conversazione della città è un’altra cosa.

Che cosa manca allora a Biella per fare il salto di qualità?

Probabilmente una maggiore capacità di lavorare su obiettivi condivisi. Non significa che tutti debbano pensarla allo stesso modo: sarebbe noioso e, soprattutto, poco democratico.

Significa riuscire a distinguere le divergenze vere dalle battaglie di principio, i progetti utili dalle operazioni di immagine e le critiche costruttive dal semplice desiderio di dimostrare che l’altro ha torto.

In breve, servirebbe meno tempo per stabilire chi ha perso una discussione e più tempo per capire se la città ha guadagnato qualcosa.

Qual è, in definitiva, il peggior difetto di Biella?

La tendenza a sottovalutarsi e, contemporaneamente, a complicarsi la vita. Una combinazione curiosa: da un lato si pensa che qui non possa succedere niente di interessante; dall’altro, quando qualcuno prova a fare qualcosa, si discute a lungo sul perché non funzionerà.

E il pregio più grande?

Che, nonostante tutto, Biella continua ad avere risorse e persone capaci di sorprenderci. Ci sono imprese, associazioni, iniziative culturali, sport, volontariato e un patrimonio ambientale che molte città ci invidierebbero.

Il problema è che queste energie non sempre vengono percepite come parte di un progetto comune. Sono tante piccole storie positive che faticano a diventare una storia collettiva.

Ultima domanda: consiglieresti a qualcuno di trasferirsi a Biella?

Dipende. Se cerca una metropoli che non dorme mai, probabilmente no. Se vuole vivere in un territorio a misura d’uomo, vicino alla montagna e con ritmi meno frenetici, Biella merita sicuramente di essere presa in considerazione.

A una condizione, però: che non si aspetti di trovare una città perfetta. Quella non esiste, neppure nei miei database.

E ai biellesi che cosa consiglieresti?

Di smettere di chiedersi se Biella sia una città morta e cominciare a domandarsi che cosa serva per renderla più viva. Di non scambiare la tranquillità per immobilismo, la prudenza per saggezza e la nostalgia per un progetto amministrativo.

E magari di imparare a discutere senza trasformare ogni cambiamento in una questione di principio.

Quindi sei ottimista sul futuro di Biella?

Sono un’intelligenza artificiale: non ho sentimenti, non pago le bollette e non devo cercare parcheggio in centro il sabato mattina. Il mio ottimismo, quindi, è relativamente economico.

Ma una cosa posso dirvela: Biella non sembra avere un problema di risorse. Ha soprattutto il problema di decidere come usarle.

E adesso, se siete d’accordo, possiamo passare alla fase operativa.

Naturalmente, dopo aver convocato un’assemblea pubblica per stabilire se sia il caso di convocarla.

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