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Annibale Brovarone, 87 anni: “La solitudine ti uccide dentro, giorno dopo giorno”

I nostri grandi vecchi

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Prosegue a spasso per il Biellese questo meraviglioso viaggio tra i nostri amati anziani. Su ogni numero del nostro bisettimanale, raccontiamo una nuova storia, sempre diversa. Se anche voi, volete essere intervistati scrivete a direttore@nuovaprovincia.it o contattate la nostra redazione al numero: 015/32383 o ancora telefonate al nostro redattore Mauro Pollotti 346-7936093.

Questa è la volta di Annibale Brovarone, un simpatico anziano signore che ha deciso di rendere pubblica la sua storia attraverso le righe del nostro bisettimanale. «Senta, io parlo in biellese, lei lo capisce?». Con questa battuta inizia il suo racconto.

Signor Abbibale, lei è un personaggio lo sa? Tutti la vedono in giro per il centro Biella in sella alla sua inseparabile bicicletta. Ci svela quanti hanno ha?
«Certamente, non ho segreti. Fra 15 giorni sono ben 87».

Quindi per parlare della sua infanzia dobbiamo farne di passi indietro
«Bene. Facciamoli. Biella è cambiata completamente da quando ero bambino. Ercole e Rosa erano i miei genitori. Io sono figlio unico. La mamma era una commessa all’interno di uno spaccio di una filatura, mentre il papà vendeva sottoprodotti tessili. In sintesi raccoglieva materiali e macchinari tessili per poi rivenderli. La mia è stata un’infanzia diciamo normale, non avevamo tutto ma allo stesso tempo non si moriva di fame».

Vivevate a Biella?
«Abitavamo nel confine tra Biella e Ponderano, esattamente in via Rosselli, ma all’epoca si chiamava via Impero. Era una strada sterrata molto stretta. Io ero bambino e ricordo che con i miei amici giocavamo proprio li. In fondo c’era una fontana. Era la meta di tante donne che arrivavano per lavare i panni. Dopo le scuole elementari i miei genitori mi iscrissero ai Fratelli di Biella per frequentare l’allora avviamento. Mi piaceva studiare, lo testimonia il fatto che la maggior parte dei miei coetanei si fermavano alla quinta elementare».

Dopo l’avviamento arrivò il momento di tirarsi su le maniche. Come entrò nel mondo del lavoro?
«Tirando un carretto. Andavo a prendere la carta nei vari magazzini per poi imballarla. La mettevo sotto una tettoia che si trovava vicino alla Trattoria del Vapore in via Quintino Sella. Poi quando ce n’era tanta, arrivava un camion e la portava via. In seguito mi misi per mio conto. Comperavo i pezzi di stoffa dai campionari per poi andare a venderli in piazza del mercato. Avevo il mio banchetto. Una volta, i vestiti sgualciti non si buttavano via, le donne cucivano una pezza e via».

A che età si è formato una famiglia tutta sua?
«I miei genitori avevano una casa di proprietà in via Dal Pozzo a Biella, l’avevano comperata nel 1958. Era disposta su due piani. Ci vivevano sei inquilini, tra questi c’era una certa Ester. Era una donna proveniente da Alba Adriatica. Ci mettemmo insieme, e, nel giro di pochissimo tempo divenne mia moglie».

Un colpo di fulmine quindi
«Mio papà era appena venuto a mancare, A mia mamma Ester non piaceva molto, per il motivo che era più vecchia di me di otto anni. Alla fine siamo stati insieme 49 anni durante i quali nacquero Renata, Maria Rosa a Paola. Non credo molto ai colpi di fulmine, questa è la vita, un passaggio da un dispiacere e l’altro, tanti sacrifici per nulla».

Quasi mezzo secolo di unione non è poco, avrà dei bei ricordi racchiusi nel suo cuore
«Abbiamo fatto tante vacanze insieme. Si andava al suo paese, se devo essere sincero non avevamo molto, sa, con tre figli da crescere. Poi 11 anni fa il dramma. Ester venne a mancare. Ora sono solo. Mi creda, la solitudine ti uccide dentro giorno dopo giorno. Pensi, mia mamma venne a mancare di tumore nel 1964, forse per i tanti dispiaceri. Come vuole che io stia? Sono sempre malinconico, menomale che le mie figlie vengono spesso a trovarmi».

Non ha qualche passatempo?
«Anni fa ero molto tifoso della Biellese calcio, ma ora non avrei più la voglia di andare allo stadio. Trascorro le mie giornate in solitudine. Non dico di essere stato abbandonato, ma alla fine quando si vive da soli ci si spegne giorno dopo giorno».

Non ha amici?
«Non molti. Tutte le mattine prendo la mia bicicletta e vado a prendere l’acqua nella fontana di San Sebastiano. Poi alle 12 per non pranzare da solo vado nella mensa di via Novara. Sono ben trattato dagli operatori, tutti gentili e simpatici. Non c’è nemmeno una quota fissa da pagare, io solitamente faccio un’offerta. Non guardo la televisione perché ho problemi di udito. Leggo molto, soprattutto i giornali».

Mauro Pollotti

 

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