BiellaPensieri e parole
La Pasqua e il perdono che inchioda le coscienze
Ecco “Pensieri e Parole”, la rubrica curata da Vittorio Barazzotto
“Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… ma loro non cambiano.” Rosaria Costa pronunciò queste parole ai funerali delle vittime della strage di Capaci del 25 maggio 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta.
In quelle parole c’è il dolore, la dignità e soprattutto un atto radicale, quasi scandaloso, di un perdono né debole, né retorico. Un perdono che non assolve automaticamente, che non cancella il male, ma che lo guarda in faccia e lo sfida: cambiate, se ne siete capaci.
A distanza di decenni, quel grido resta attuale. Anzi, forse oggi risuona ancora più necessario. Perché il rischio non è solo dimenticare il passato, ma svuotare di senso proprio quelle parole, ridurle a citazioni buone per le commemorazioni, ma incapaci di incidere nel presente.
Eppure, ogni anno, la Pasqua ritorna a interrogarci sugli stessi temi: il male, il sacrificio, il perdono, la possibilità di rinascere. Non è solo una ricorrenza religiosa; è una provocazione esistenziale e civile. La Pasqua parla di redenzione, ma non senza verità, di pace, ma non senza giustizia e di perdono, ma non senza cambiamento.
Parole come “valori”, “tradizione”, “identità cristiana” vengono pronunciate con facilità, ma svuotate del loro significato. Si invoca la fede, ma si dimentica la coerenza. Si richiama il Vangelo, ma si ignorano i suoi passaggi più scomodi: l’amore per il nemico, la giustizia per gli ultimi, la responsabilità personale.
Che cosa significa oggi cambiare? Per chi ha responsabilità pubbliche, significa prima di tutto rinunciare all’uso strumentale della religione. Significa smettere di piegare i valori cristiani a convenienze di parte, a narrazioni utili, a consenso immediato.
Per ciascuno di noi, significa non restare spettatori, non abituarsi al male, non accettare che certe parole restino senza conseguenze.
La Pasqua, allora, non è solo memoria di una resurrezione lontana. È una possibilità concreta, qui e ora: quella di rialzarsi, di cambiare direzione, di rimettere al centro ciò che conta davvero, riconoscendo i propri errori e responsabilità.
Sta a noi decidere se le parole di Rosaria Costa resteranno un monumento al dolore, o diventeranno finalmente un punto di svolta.
Perché il perdono, quello vero, non chiude la storia. La riapre. E ci chiama, ancora una volta, a scegliere da che parte stare.
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