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Nodi che vengono al pettine

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BIELLA – Si dice che tutti i nodi vengano al pettine. Prima o poi, col sapore dolceamaro di un’incognita che a qualcuno porta bene e ad altri porta male. Stavolta si è attorcigliato il cavo della Funivia di Oropa. Si è annodato per bene, a sentire le invocazioni che giungono imploranti di soluzioni e denaro dagli amministratori di turno. Con la differenza che questo nodo non viene al pettine in modo imprevisto, ma con un’annunciazione di decenni: sessant’anni non sono pochi. Almeno, quella è l’unità di misura con la quale, per legge, si confronta ogni impianto a fune: funivie o funicolari che siano, con qualche distinguo tecnico.

Insomma, non è certo una novità l’approssimarsi del fine vita del cavo che unisce Oropa al Lago del Mucrone, la vetta probabilmente più iconica del nostro territorio. Eppure sembra sempre di sì: in quest’Italietta che vive alla giornata, le scadenze decennali si fanno emergenza. E sono tutte un teatro di stracciar di vesti lamentoso e preoccupato. A volte, persino minaccioso: di chiusure improvvise, d’improvvide dismissioni. Un coro di “mai più senza” per perimetrare l’urgenza d’intervento. Di solito economico, perché di programmazione vera, neanche a parlarne.

In un Paese che ha da tempo abdicato anche alla manutenzione ordinaria, quella straordinaria diventa sgomento e tempesta. Intanto cadono i ponti e la gente che ci passa sopra, aprendo la caccia grossa alle responsabilità. Che già si sa che sono di nessuno, nemmeno di quel furbacchione di Ulisse.

Nell’anno di Biella “Città alpina dell’anno”, gioco di parole buono per la medaglietta ostentata con enfasi da questa genìa di amministratori, Biella rischia di perdere la sua Funivia. A dir la verità, qualcuno se l’era ben appuntata, questa scadenza. Perché l’amore per le montagne che abbiamo negli occhi e nel cuore non lascia tutti insensibili: difficile per chi è nato qui pensarsi senza. Difficile per chi è nato qui dimenticare quanto poco fiato gli è rimasto in gola affrontando per la prima volta il salto all’unico pilone rimasto dopo il rimaneggio del 1962.

Furono quindi Regione e Provincia a prendere il toro per le corna, a cavallo tra il 2018 e il 2019, per almeno provare a ripensare il futuro della Conca di Oropa, già griffata Unesco ben prima della fatua creatività. Perché, oltre al fine vita della Funivia, era il caso di guardare all’insieme in una rara espressione politica di una qualche lungimiranza. L’incarico di quello sguardo fu affidato a esperti del Politecnico di Torino che, nella sala del consiglio provinciale, il 7 febbraio del 2019, presentarono il Progetto C.Oro (felice acronimo di Conca di Oropa, appunto, e auspicio di visione d’insieme).

In quell’occasione erano già presenti l’attuale sindaco e il suo vice, che già si tenevano per mano affrontando come un sol uomo la precampagna elettorale. Li ricordiamo spendersi in lodi sperticate per il progetto, entusiasti di poterlo sostenere da minoranza e amministratori in pectore quali già si sentivano. E oggi, anno domini 2021, con la scadenza del fine vita funiviario alle porte, scoprono l’emergenza di trovare sotto al cuscino i 4,2 milioni di euro per salvarsi l’anima e l’impianto. Con buona pace del resto del progetto, rubricato alla voce “sogni”. Nonostante la più volte sventolata sinergia amministrativa tra questo comune e questa regione.

Fanno bene a invocare il coinvolgimento del territorio, perché di orticelli ne abbiamo abbastanza, ma fanno male se mandano avanti colleghi di giunta che accampano il mancato accatastamento come scusa del ritardo. Lasciando intendere responsabilità altrui, e magari dimenticando apposta che l’attuale vicesceriffo stava già in giunta – un’altra – un bel po’ di anni fa. Ma la politica dello scaricabarile ha la memoria corta.

Il risultato di questa messinscena è che si andrà mendicando una proroga al fine vita. Magari potessimo invocarla tutti per il nostro. Comunque questo è il Paese delle proroghe, in cui inizio e fine non sono parametri temporali, ma stati d’animo. Un’Italia che non finirà mai, perché qualora la sua fine fosse scritta da qualche parte, ci sarebbe una proroga a salvarla.

Lele Ghisio

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