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Maria Reggio, 100 anni ma lo spirito di una ventenne

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POLLONE –  “Il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma l’anziano conosce la strada”.
Prosegue senza sosta il nostro meraviglioso viaggio fra gli anziani del Biellese. Ogni numero raccontiamo una storia. Se anche voi volete essere intervistati scrivete a direttore@nuovaprovincia.it o chiamate la redazione al numero: 015.32383.

Questa volta facciamo tappa a casa di Maria Reggio. L’anziana donna vive da sola in una frazione di Pollone alla veneranda età di 100 anni, compiuti qualche giorno fa.

«Entri pure, anzi, diamoci del tu, entra», con queste parole ha accolto il giornalista per poi essere intervistata.

Signora Maria, lei ha un accento che non è biellese, dov’è nata?
«La mia città natale è Savona. Sono Ligure al cento per cento».

Che ricordi ha dei suoi primi anni di vita?

«Ne ho tanti, ad esempio gli anni della scuola. Io frequentai le scuole elementari ma solamente fino alla terza. La voglia di studiare non mancava, ma le palanche (soldi nel dialetto genovese) erano poche. Mia mamma doveva mantenere tre figli, quindi non aveva le possibilità economiche per farmi studiare, ma io penso che la cultura si possa lo stesso avere anche senza andare tanto a scuola. Io me la sono fatta sul campo, leggendo, facendo sport e coltivando amicizie».

Dopo la scuola quindi cosa fece?
«Subito dopo nulla, vivevo in casa con la mamma, mio fratello Alfredo e le mie sorelle Iolanda e Franca. Iolanda purtroppo non c’è più».

A che età inizio a muovere i suoi primi passi nel mondo del lavoro?
«A 17 anni, per un piacere. Andai a fare da baby sitter alla figlia più piccola dell’ingegner Agostino Coda: Milly. Lui era un noto industriale che viveva a Vado Ligure per lavoro, ma le sue origini erano biellesi, esattamente del Vandorno».

Quindi per quanto tempo ha accudito la bambina?
«Per sempre, non mi mollarono più. Sia Agostino come la moglie Bice, le figlie Chiara e Milly si affezionarono a me in un modo incredibile. Durante le vacanze, sia estive che invernali tutti insieme si andava al Vandorno nella loro casa».

Quando si trasferì definitivamente in Piemonte?
«Nel 1942, in pieno tempo di guerra. Ricordo come fosse ieri i bombardamenti, soprattutto quelli navali. Purtroppo ci bombardarono la casa, quindi ci trasferimmo a Pollone».

Durante il periodo bellico, quindi
«Nel 1944 Delfo, il figlio dell’ingegnere, venne fucilato dai nazifasciti. Da lì nacque l’idea di costruire un rifugio in sua memoria, nacque così il rifugio Coda».

Poi la guerra finì. Tutto tornò alla normalità, come proseguì la sua vita?
«Nel ‘46 ci trasferimmo nuovamente in Liguria. Io intanto avevo acquistato una casetta a Pollone, dove ora vivo. Nel 1957 l’ingegner Coda venne a mancare a causa di un infarto. Tutta la nostra vita cambiò. Io, la vedova Coda e le figlie venivamo spesso al Vandorno. Quando venne a mancare anche la signora Bice, sua figlia Chiara mi disse: perché non vai a vivere nella tua casa di Pollone? Ci pensai su un attimo, poi accettai».

Chissà quante cose ha fatto in tanti anni. Ci vuole raccontare?
«Guardi, potremmo stare qui mesi e mesi dovessi raccontare tutto. Io amo il mare come la montagna. Mi tuffavo dagli scogli più alti di Savona, ma la montagna mi ha regalato momenti stupendi. Ho scalato tanti monti. Ricordo la discesa di un canale del versante francese. Ero in compagnia di Giovanni Antoniotti e Ludovico Sella».

Non si è mai sposata?
«No, io volevo essere libera di andare in montagna come e quando volevo, con la presenza di un marito, la mia vita sarebbe stata condizionata».

Come trascorre le sue giornate?
«Sapesse quante cose ho da fare. Io non riesco a stare ferma, metto a posto le migliaia di fotografie che ho, pensi quanti ricordi. Lavo, faccio da mangiare e dedico molto tempo agli amici, ne ho veramente tanti».

Mauro Pollotti

 

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