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Pausa Caffè

Laura era una bambina quando iniziò a lavorare per il conte Rivetti

Pausa Caffè, la rubrica di Giorgio Pezzana

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Laura se ne è andata nel 2015. Aveva 92 anni. Laura ha avuto un’infanzia ed un’adolescenza molto difficili. Perse sua madre quando aveva solo tre anni. Iniziò a lavorare che ne aveva dodici. E lo fece proprio presso quegli stabilimenti Rivetti che ora sono al centro di un progetto di riconversione dopo anni di abbandono.

Molti hanno accolto con grande soddisfazione questa notizia. Altri con la giusta diffidenza di chi non vorrebbe vedere in Biella altri centri commerciali, altri supermercati. Nessuno però ha speso una sola parola per ricordare tutti coloro che in quella fabbrica trascorsero tanta parte della loro esistenza.

Laura, poco più che bambina, con le sue sorelle, un po’ più anziane di lei, ogni mattina partiva da Gaglianico per raggiungere la fabbrica del conte Rivetti. Si avviavano insieme, con le strade coperte di neve o, nella bella stagione, quando l’alba ti regala un sorriso, in bicicletta oppure sperando di riuscire a prendere il tram, magari inseguendolo nelle sue varie fermate. Laura era un’operaia tuttofare, le sue sorelle erano rammendatrici, ma di lì a poco lo sarebbe diventata anche lei. Era una bambina-operaia che lavorando giocava e le pezze stese erano per lei un bellissimo scivolo, finchè non la sorprese il conte, la redarguì pesantemente e minacciò di lasciarla a casa.

Laura quella sera pianse. Ma era una bambina o poco più ed è difficile fare comprendere ai bambini perché la vita, poco a poco, ti priva della gioia del gioco, ti priva di tanti sorrisi. Laura quando partiva da casa per andare al lavoro, portava con sé un panino con il salame, ogni giorno, tutto l’anno. Perché a Gaglianico viveva in una cascina ove quando ammazzavano il maiale ce n’era per un anno intero. Ma lei era stufa di quel panino con il salame, era stufa dell’odore acre dei salumi messi ad asciugare lungo la tromba delle scale di casa, era stufa di campi, di contadini, di afrori di vino, di parole pesanti.

Laura amava la città, si sognava avvolta in abiti vaporosi, ben pettinata, lungo le vie del centro, tra caffetterie e negozi. Ed invece, ogni mattina, arrancava, spesso con le gambe nude esposte ai morsi del gelo, con gli zoccoletti da campagna, su di una bicicletta arrugginita, lungo la strada che la portava “da Rivetti”. E quando arrivava, le ragazze di città le proponevano di barattare il suo panino al salame con quelli di pane e cioccolata. E lei era felice di poter fare questi scambi. Era felice del suo lavoro che le permetteva di portare a casa un contributo a sostegno di un bilancio familiare sempre risicato.

Laura però, dopo qualche anno, cominciò a maturare il desiderio di andarsene, di lasciare la sua casa dove suo padre, travolto dal lavoro e dalla solitudine, si era nel frattempo risposato con una donna fattale conoscere da un “bacelé”. Una donna che ben presto rivelò il volto peggiore del suo essere “matrigna”. Laura e le sue sorelle avrebbero voluto non essere più sottomesse alle prepotenze di una donna che non le amava, che non le avrebbe mai amate.

E fu proprio il conte Rivetti, al corrente di questa situazione, che un giorno, poco dopo la fine della guerra, chiamò Laura e le sue sorelle e disse loro che avrebbe avuto la possibilità di farle andare a lavorare in Svizzera, come rammendatrici, professionalità ricercatissima, in uno stabilimento tessile poco distante da Zofingen, nella regione elvetica di lingua tedesca.

Tutte e tre accettarono con entusiasmo e nel volgere di poche settimane, dopo anni tribolati, ma vissuti con l’entusiasmo della giovinezza, lasciarono lo stabilimento Rivetti per iniziare una nuova avventura. Laura ricordava però spesso con nostalgia e gratitudine gli anni trascorsi “da Rivetti”, nonostante il lavoro duro, nonostante la giovanissima età, nonostante i tempi bui della guerra. Ed io credo che di testimonianze di vita come questa ve ne siano molte e tutte meriterebbero un cenno, un ricordo, un sorriso, prima che gli ex stabilimenti Rivetti vengano distrutti, cancellando per sempre la memoria di generazioni che intorno a quella fabbrica vissero tanta parte della loro vita, tra affanni e speranze, strade fatte di corsa per non far tardi e panini al salame o con la cioccolata.

Per questo mi piace pensare che nel gran marasma di distruzione che trasformerà quell’area in un qualcosa che cancellerà ogni ombra del passato, in un angolo possa trovare spazio un cippo, un piccolo monumento, una targa, per ricordare tutti i biellesi che “da Rivetti” trascorsero anni di speranza, di fatica, di affanni, di lavoro, di vita.

Laura era mia madre.

Giorgio Pezzana

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