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Transumanza, l’Unesco mortifica Biella

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Anche la transumanza diventa patrimonio culturale dell’Unesco e a molti biellesi, inorgogliti dal recente riconoscimento Unesco che ha premiato Biella come città creativa, è corso un brivido lungo la schiena. Che periodo fantastico, si sono detti in molti, piovono riconoscimenti come mai prima d’ora, Biella sta rinascendo.
Purtroppo non è così. Anzi, a ben guardare, le attenzioni dell’Unesco sulla transumanza, mortificano Biella e il Piemonte intero. Il dossier predisposto dal Ministero dell’Ambiente per ottenere il riconoscimento dell’Unesco ha indicato infatti come luoghi simbolo della transumanza varie località tra le quali Amatrice (Rieti), Frosolone (Isernia), Pescocostanzo e Anversa degli Abruzzi in provincia dell’Aquila, Lacedonia in Alta Irpinia in Campania, San Marco in Lamis e Volturara Appula in provincia di Foggia, insieme a territori della Lombardia, la Val Senales in Trentino Alto-Adige e la Basilicata. Del Piemonte non c’è traccia. Di Biella ancora meno.

Anche se dalle nostre parti la transumanza della “pezzata rossa di Oropa” è un atavico rito annuale, tanto che il DocBi ne ha giustamente fatto una sorta di attrazione turistica. In realtà, dopo il “lampo” creativo riconosciuto forse più a Pistoletto che al territorio, Biella è tornata quella di sempre: ignorata, trascurata, misconosciuta, silente, isolata. Neppure le nostre vacche bianche e rosse, con i loro campanacci e la loro storia remota, sono riuscite a destare le attenzioni di chi sta nelle stanze dei bottoni. Con buona pace degli igienisti che scrivono ai giornali lamentando che in tempi di transumanza la cacca delle mandrie insudicia le strade e ammorba l’aria. E poi devastano la salute dei loro figli rimpinzandoli con merendine e bibite iperzuccherate.

Giorgio Pezzana

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