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Quella triste giornata d’autunno

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BIELLA – La giornata era d’autunno, triste quanto basta senza pioverci addosso. Stagione di giacche pesanti e castagne sotto agli alberi dei boschi qui intorno. Tempo d’addio all’estate che va e alle foglie che cadono giù. Preludio all’inverno del gelo e del buio presto. L’autunno è triste da sé, anche nella sua decadente bellezza.

Vivo al Piazzo, da un po’ di anni. Un posto ancora a misura d’uomo e di donna, confortato spesso dalla presenza di persone strane a dirsi. Un posto in cui la piazza lo è ancora davvero: incrocio di tempo perso, passaggio frettoloso, solite facce mischiate a insolite presenze. Posti a sedere per starsi a guardare, per pause veloci con la voglia di qualcosa da dire. E negli ultimi tempi centro del mondo dell’estate la sera, dell’andamento lento della colazione la domenica mattina. E ancora, attraversamento: di chi va e di chi viene dal Sud al Nord di questa città, andata e ritorno. Mentre gli indigeni stanno a guardare con l’aria dell’abitudine.

È questo il ritratto cittadino in cui nella bella stagione degli anni passati mi sorprendevo spesso, di mezzo alle mie letture, di una voce che si spandeva con giusto tono. Volata via da una finestra aperta, scendeva in strada e accompagnava i fermi e i passanti. Era colonna sonora del silenzio che c’era, suono gentile che mitigava lo scappamento futurista dei motori di passaggio, sempre troppi. Era così che l’estate aveva un significato in più: d’affidarsi al caso, seduti a fianco d’una melodia improvvisa. Che non so che viso avesse, neppure come si chiamava; con che voce parlasse, con quale voce poi cantava; quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli, ma nella fantasia avevo un’immagine sua.

Tutte cose risolte poco tempo fa, da un’apparizione tv e un’altra canzone. Da un viso dolce e un dramma dentro agli occhi. Apparsi in un video che ho guardato e rivisto per riconoscere quella voce, per rivedere quegli occhi. Cantava Hallelujah, una canzone in bilico tra il sacro e il profano, in cui Leonard Cohen invocava un Dio della canzone in mezzo a disperazioni di un amore consumato dalle voglie e dal tempo. Ancora adesso, a rivedere quell’interpretazione, quella di Veronica, che ora so come si chiamava e con quale voce poi cantava, è difficile trattenere una lacrima che non si sa perché. Il motivo resta nascosto in quel canto, in quel modo di modulare un’emozione che riempie l’aria e soffoca ogni vuoto.

La giornata era d’autunno, triste quanto basta senza pioverci addosso, dicevo. Buona per un funerale, che però mi è sembrata festa. In una piazza Cisterna riempita dalle solite facce e da insolite presenze. Con lei lì, circondata di fiori e al centro di questo piccolo mondo. In un giorno in cui Dio sembrava morto come in un’altra canzone, mentre lei era ancora viva dentro alla sua voce. Difficile, per chi c’era, tenere per sé le lacrime. Ma, in fondo, anche la gioia. Quella di un’insolita elaborazione collettiva del lutto che è andata ben oltre il cordoglio online, di un Rip che non si rifiuta a nessuno: da Lou Reed alla vicina di casa, per dire io la conoscevo. Come certe messe beat post Concilio Vaticano II, la cerimonia religiosa s’è fusa con la celebrazione della vita e di Veronica, della vita di Veronica.

Non è da tutti cantare al proprio funerale, e lei lo ha fatto. Con divina grazia, se mi è permesso. Con due violini e un violoncello in presenza a significare l’umanità della musica, con il coro di amici e compagni a renderle l’omaggio che meritava. Coi palloncini colorati lasciati liberi di volare verso quell’alto dove presumiamo risieda almeno un Paradiso in cui Veronica, Leonard Cohen e Jeff Buckley possano cantare insieme. Perché al di là delle nuvole c’è il sole, come il celebrante ha dichiarato con una approssimativa citazione dei Pooh, che presumo involontaria.

Ho visto uno di questi palloncini avere qualche difficoltà: mentre gli altri ascendevano in gruppo, lui è rimasto bloccato sotto lo spiovente di un tetto. Voleva andarsene, ma non ce la faceva proprio. Veronica mi va di pensarla così, perché in quella giornata d’autunno, triste quanto basta senza pioverci addosso, nemmeno la piazza che c’era voleva andarsene da lì e lasciarla volare via.

Lele Ghisio

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